Affitti, coi nuovi contratti arriva la stangata. I numeri

Il rialzo medio a livello nazionale è del 25%, un allarme che riguarda non solo le famiglie ma anche le imprese retail per le quali il caro-affitti è diventato oggi insostenibile.

Pessime notizie in arrivo per quanti si trovano nella condizione di dover rinnovare un contratto di affitto: prendendo in considerazione un contratto tipo di lunga durata (4+4), stipulato tra fine 2014 e inizio 2015, dunque arrivato a scadenza, il balzo medio è del 25%.

I numeri

A mettere nero su bianco i rincari è l’ufficio studi di Abitare Co., che ha analizzato l’incremento dei prezzi degli affitti rispetto al 2014/2015 nelle 8 principali città metropolitane (Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Torino), calcolando il possibile impatto sul mercato immobiliare.

Valore che può arrivare fino a +35,3% a Firenze, +28,5% a Bologna e +28,4% a Genova, mentre va decisamente meglio a Roma e Milano con una crescita inferiore al 20% visto che nel periodo preso in esame gli affitti erano già in media più alti rispetto alle altre città. Ovviamente, la stima riguarda solo contratti di affitto, dunque spese escluse.

Allarme anche per le imprese

Un allarme che riguarda anche le imprese retail per le quali il caro-affitti è diventato oggi insostenibile. “A causa dell’inflazione al 12% le nostre aziende non riescono a sostenere l’aumento Istat sugli affitti previsto dai contratti e il costo eccessivo viene indicato per il secondo semestre 2022 come motivazione della chiusura di punti vendita nel 53% dei casi contro il 19% di inizio 2021”. A lanciare l’allarme è il presidente di Confimprese Mario Resca, in occasione del decimo convegno dedicato a Retail & Real Estate, chiedendo chiede di “congelare” l’aumento dei canoni di locazione per il 2022-2023.

“Se vogliamo evitare la chiusura di punti vendita e centri commerciali, con il conseguente ridimensionamento dell’occupazione, serve un forte sostegno alle imprese da parte del Governo”, sottolinea Resca, , aggiungendo che “è necessario riconoscere il retail come attività energivora così da poter avere il credito d’imposta fino al 50% e congelare l’aumento Istat dei canoni di locazione per il 2022-2023″. La crescita del 3,9% del Pil nel terzo trimestre “è incoraggiante ma siamo comunque preoccupati”, spiega il presidente di Confimprese. “Il retail a volumi soffre, la marginalità è drasticamente ridotta, è in atto una forte selezione degli operatori e le vetrine chiuse sono sempre più numerose sia nei centri città che nei centri commerciali”.

I possibili scenari

“Oltre alla revisione dei contratti in scadenza, con degli inevitabili aumenti, bisogna poi aggiungere un potenziale incremento delle spese condominiali (soprattutto nelle case con riscaldamento centralizzato), che porterebbe il canone totale mensile a un livello non più sostenibile per molte famiglie che, a quel punto,  si vedranno obbligate a cambiare zona o addirittura città, spostandosi dove i canoni sono più bassi – spiega Giuseppe Crupi, CEO di Abitare Co. –.  C’è invece chi, spinto dagli aumenti, opta per l’acquisto di una nuova abitazione, anche se le rate di mutuo sono più care causa dell’aumento del costo del denaro. L’acquisto di una nuova abitazione è inoltre sostenuto dalla migliore efficienza energetica dell’immobile che può ridurre in maniera importante le voci di spesa nel budget famigliare. In realtà – continua Crupi – quello che manca oggi sul mercato italiano è un’offerta di qualità legata al mondo degli affitti, con immobili di nuova generazione che offrono case con servizi condominiali di vario genere. Da una nostra recente indagine su un campione di 1.500 famiglie oltre l’80% ha risposto che sarebbe disposto a pagare un affitto più alto del 15%, rispetto a quanto paga oggi, per una casa nuova dotata di servizi comuni”.