Due mesi al voto, ma il Parlamento non è pronto: corsa contro il tempo

L’allarme dei costituzionalisti sui regolamenti di Camera e Senato, che non sono ancora stati adeguati al taglio dei parlamentari: chi rischia alle urne

Per comprendere a pieno l’incredibile situazione in cui si ritrova il Parlamento italiano a distanza di due mesi esatti dal voto del prossimo 25 settembre, occorre ripassare brevemente alcune nozioni di diritto costituzionale che gli studenti di giurisprudenza conoscono bene ma con cui non tutti i cittadini hanno avuto modo di prendere dimestichezza nel corso della loro vita.

Nel settembre del 2020 (contestualmente ad una tornata di elezioni amministrative che coinvolsero centinaia di comuni italiani e diversi consigli regionali) il popolo italiano si è espresso a favore del taglio del numero dei parlamentari. Gli eletti alla Camera e al Senato sono passati da essere 945 (di cui 630 a Montecitorio e 315 a Palazzo Madama) a 600 (400 deputati e 200 senatori) e questo dopo che i cittadini si sono dichiarati favorevoli in maniera forte e inequivocabile: quasi il 70 per cento di loro ha ritenuto giusto diminuire i rappresentanti del potere legislativo, con picchi vicini all’80 per cento in alcune aree del Sud Italia.

La scure del taglio dei parlamentari sulle elezioni anticipate: cosa dice la Costituzione

Ma l’iter che ha portato a quel plebiscito popolare è stato lungo e non privo di insidie a causa delle divisioni tra i partiti nel momento in cui è stato necessario esprimersi in merito. E qui occorre appellarsi alla Costituzione per capire com’è andata.

Come riportato dall’articolo numero 138 della Carta, il provvedimento di revisione costituzionale si articola nel seguente modo:

  • I progetti di modifica di una legge costituzionale devono essere deliberati due volte da parte di ciascuna Camera;
  • Fra il primo e il secondo via libera deve intercorrere un intervallo non inferiore ai tre mesi (periodo che consentirebbe alle forze politiche di discutere al loro interno sulla possibilità di confermare o variare la scelta fatta in prima lettura);
  • Nella seconda votazione, il progetto di modifica deve essere approvato dalla maggioranza assoluta dei membri di ciascuna Camera.

Il progetto di modifica – approvato nel modo che si è detto – viene così pubblicato in Gazzetta ufficiale. Entro tre mesi da tale atto, 500mila elettori o cinque consigli regionali o un quinto dei componenti di ciascuna Camera possono richiedere che il testo approvato venga sottoposto a referendum popolare (che prende quindi il nome di referendum costituzionale).

Questo passaggio non è obbligatorio, nel senso che i tre mesi possono decorrere senza che nessuno richieda l’approvazione dei cittadini: l’unica possibilità in cui comunque non si proceda con la consultazione popolare è nel caso in cui la seconda approvazione alle Camere avvenga a maggioranza di due terzi dei suoi componenti (cosiddetta maggioranza qualificata). Ed è qui che arriviamo al collegamento diretto con l’ingarbugliata situazione odierna.

Caos alle Camere in vista del voto: l’assenza di una legge aggiornata e la responsabilità dei partiti

Per quanto riguarda il progetto di modifica del numero dei parlamentari, l’approvazione in seconda lettura tenutasi al Senato l’11 luglio 2019 vide il voto contrario del Partito Democratico e di LeU, che in quel periodo facevano un’ostruzione incondizionata (e non entrando nel merito delle questioni, come ammesso da diversi esponenti) al primo governo guidato da Giuseppe Conte e sorretto dalla Lega e del Movimento 5 Stelle.

Con la compartecipazione di Forza Italia che si astenne, il progetto ricevette comunque l’approvazione ma non con i numeri della maggioranza qualificata, permettendo così ad un quinto dei senatori di richiedere il referendum costituzionale che poi si è svolto nel 2020.

Le mancanze dei Parlamentari vengono al pettine: corsa contro il tempo prima delle urne

Se quel giorno i partiti che occupavano i banchi dell’opposizione si fossero accordati con quelli della maggioranza per esprimere un voto unanime, la consultazione popolare non si sarebbe tenuta e il Parlamento avrebbe avuto oltre 3 anni di tempo per uniformare i propri regolamenti interni alla nuova normativa vigente.

Ma così non è stato e il risultato è che oggi – a distanza di altri due anni dall’esito referendario, un tempo che comunque sarebbe dovuto bastare ampiamente agli eletti per intervenire – ci sono alcuni ambiti specifici che richiedono modifiche rapide e mirate da parte del legislatore. I temi sostanziali sono tre e riguardano il quorum durante i voti in Aula, il numero di commissioni e le norme sul funzionamento dei lavori.

Le Giunte per il Regolamento di Camera e Senato ci stanno ancora lavorando, ma visti i tempi assai stringenti causati proprio dalle elezioni anticipate si prevede un’accelerazione dei lavori per evitare di arrivare al voto con un vulnus legislativo.

Regolamento della Camera in vista del voto: la situazione e il ruolo del governo Draghi

La Giunta per il Regolamento della Camera non si riunisce per parlare del tema dallo scorso 27 aprile. Per ora è stato approvato solo un testo base che prevede un adeguamento dei quorum e della formazione dei gruppi: con la nuova normativa non serviranno più 20 deputati per dare vita ad un raggruppamento autonomo (come successo fino ad ora) ma solo 14, mentre ne basteranno sette per formare una componente del Gruppo Misto (se ne sono formate dieci dall’inizio della legislatura, mentre 16 deputati non risultano iscritti a nessuna formazione).

I relatori della proposta sono il dem Emanuele Fiano e il forzista Simone Baldelli. Entro l’11 maggio i partiti avrebbero dovuto presentare i propri emendamenti, ma come detto la Giunta non si è mai più riunita. Nonostante il governo di Mario Draghi sia tuttora in carica solo per disbrigo degli affari correnti, l’approvazione delle modifiche non richiede il ricorso al voto di fiducia e di conseguenza le Camere possono approvarle anche se formalmente sciolte.

Regolamento del Senato in vista del voto: le modifiche approvate e quelle da deliberare

La situazione al momento si presenta come molto migliore al Senato. Il 13 luglio la Giunta per il Regolamento presieduta dalla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha approvato il nuovo regolamento e a giorni dovrebbe esserci l’approdo in Aula. Il testo prevede la riduzione delle commissioni da 14 a 10 e l’adeguamento delle soglie dei quorum.

Ma in extremis è entrata anche una norma anti-trasformismo invocata da tempo da parte di molte forze politiche. Se i senatori decideranno di cambiare gruppo ed entro tre giorni non ne sceglieranno un altro, finiranno nel girone dei non iscritti.