Il ritorno di Trump: “Gli oceani si alzano? Avremo casa al mare”

L'ex presidente Usa parla ad Anchorage in occasione delle primarie dei Repubblicani e non si smentisce sul cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico resta al centro del discorso pubblico e politico, e l’allarme sale soprattutto in Europa, doce la siccità sta amplificando le conseguenze delle temperature alte. Diversi studi, tra cui quello di Deloitte, hanno evidenziato quale potrà essere il punto di non ritorno e a quali conseguenze andrebbe incontro la vita dei cittadini, sia a livello sociale che economico.

Trump torna a ridimensionare la questione clima

Il dibattito è parecchio acceso anche in America, dove Donald Trump è tornato a parlare di clima negli stessi termini con cui lo aveva fatto più volte in passato (celebre il comizio tenuto sotto la neve a New York in cui irrideva le denunce sul riscaldamento globale). Lo ha fatto ad Anchorage, in occasione delle primarie del Partito Repubblicano, con argomentazioni che avranno toccato il cuore dei cosiddetti ‘No Sic’, i negazionisti non solo del riscaldamento climatico, ma anche della siccità.

“Avremo più case al mare”

“Avremo un po’ più di proprietà sulla spiaggia, che non è la cosa peggiore del mondo”, ha detto nel corso di un comizio ad Anchorage, Alaska. “Ho sentito che gli oceani si alzeranno nei prossimi 300 anni. Abbiamo problemi più grandi di così”, ha detto l’ex presidente. Negli Stati Uniti, le elezioni del Congresso sono previste per novembre.

Trump ha anche lasciato intendere che vorrebbe ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2024: “Reclameremo la nostra magnifica Casa Bianca”, ha annunciato e ha ripetuto di essere stato privato della sua vittoria nelle elezioni del 2020 solo grazie alle frodi elettorali.

I numeri di Oxfam

La quantità di fondi necessari a rispondere alla crisi climatica globale – tra siccità e inondazioni sempre più estreme e imprevedibili – è oggi superiore di 8 volte rispetto a 20 anni fa, tenendo conto dei soli appelli delle Nazioni Unite per la risposta umanitaria nelle diverse aree del mondo. I paesi donatori in media stanziano appena la metà di quanto necessario, mentre aumentano in modo esponenziale fame e profughi climatici.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam con un nuovo rapporto, in occasione dell’apertura della Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), in programma a Bonn fino al 16 giugno, che precede la Cop27 di novembre in Egitto.

I dati evidenziano come sia cresciuto negli anni il bisogno di risorse che tardano ad arrivare: basti pensare che se nel biennio 2000-2002 servivano in media 1,6 miliardi per far fronte alla crisi climatica nei paesi più colpiti, tra 2019 e il 2021 la cifra è aumentata dell’819%, arrivando a 15,5 miliardi. Allo stesso tempo i paesi più ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni di CO2, hanno stanziato dal 2017 appena il 54% dei fondi richiesti dalle Nazioni Unite, ossia 33 miliardi di dollari in meno di quanto necessario a salvare migliaia di vite.

Numeri paradossali e fuori controllo, ancor di più, se si considera che i fondi stimati negli appelli dell’Onu si concentrano solo sui bisogni umanitari più urgenti e rappresentano appena una piccola parte dei costi reali della crisi climatica. Il costo dell’impatto di eventi meteorologici estremi nel solo 2021, ad esempio, è stato stimato in 329 miliardi di dollari a livello globale, il terzo dato più alto mai registrato e quasi il doppio di quanto stanziato per i paesi in via di sviluppo per lo stesso anno. Dal 2000, circa 3,9 miliardi di persone nei paesi a basso e medio reddito sono state colpite da disastri climatici, ma gli appelli delle Nazioni Unite hanno previsto aiuti solo per circa 474 milioni di persone, ossia 1 persona su 8.