Sesso, bugie e adulterio: quando il matrimonio arriva in tribunale

Si sa che le storie d'amore possono finire. Ma quando finiscono con gli avvocati spesso mostrano il peggio dell'intimità coniugale. Parola di Cassazione


Intimità dell’alcova?
Inviolabilità del talamo nuziale? Ma quando mai… Almeno in tribunale la porta della camera da letto è spalancata, e il giudice si ritrova – suo malgrado – a indossare gli imbarazzanti panni del voyeur, per giunta con l’ingrato compito di mettere ordine fra tradimenti consumati, prassi sessuali variegate e crisi coniugali conclamate, e di stabilire alla fine chi ha torto e chi ha ragione. Un’ardua sentenza da emettere spesso con le lenzuola ancora calde.

E’ il caso di mettere sull’avviso tutti i coniugati, uomini o donne che siano: secondo l’Istat ogni 1.000 matrimoni si registrano 257 separazioni e 130 divorzi (questo almeno stando ai dati del 2002: ciò significa che, considerando il trend costante degli ultimi dieci anni, le medie attuali sono anche più alte). Ma se le statistiche in fin dei conti sono note e non spaventano più di tanto – soprattutto in un menage familiare normalmente felice – fa un diverso effetto sapere che questioni delle quali uno sarebbe disposto a parlare solo col proprio partner o con l’amico del cuore un giorno potrebbero diventare argomento di discussione in un aula di tribunale e finire nero su bianco in una raccolta di giurisprudenza. Le ripicche coniugali, i tradimenti, le meschinità che costellano inevitabilmente ogni matrimonio in crisi esplodono in tutto il loro squallore tra le righe di una sentenza. Una semplice spigolatura tra le pronunce della Corte di Cassazione – il massimo grado di giudizio in Italia – può dare l’idea della "nudità pubblica" a cui possono essere esposte vicende del tutto private e delicate.

Prendere la questione
per le… corna

Non è difficile immaginare che sia l’adulterio uno dei principali motivi
per cui una coppia arriva davanti al giudice. Il più delle volte il tutto si risolve con una separazione "per colpa" dell’adultero. Ma in alcuni
casi le implicazioni, o le richieste dei coniugi, possono essere mostrare risvolti del tutto particolari.

Niente annullamento per infedeltà. Il tradimento non dà motivo, di per sé, all’annullamento del matrimonio, cioè alla cancellazione del vincolo coniugale dall’origine come se questo non fosse mai esistito (a differenza del divorzio che invece ha effetto solo dal momento in cui viene pronunciato e quindi lascia intatti gli obblighi derivanti dal periodo precedente). Per lo stato italiano non basta una relazione extraconiugale per ottenerlo. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 8205/2004) affermando che l’annullamento ottenuto per questo motivo dalla Sacra Rota – il tribunale ecclesiastico – non cancella gli effetti civili del matrimonio. E’ andata male per il marito infedele che aveva richiesto, egli stesso, l’annullamento nella speranza di sottrarsi agli obblighi di assistenza post-matrimoniali, cioè i classici "alimenti".

Più facile la prova del Dna. Se durante l’adulterio, in questo caso della moglie, ci scappa un figlio, le cose si complicano e il problema della attribuzione della paternità può diventare scottante. La Corte viene in soccorso dei dubbi del marito, ponendo in discussione un divieto finora vigente, quello che impediva ai padri di chiedere la prova del Dna del neonato senza avere prima fornito le prove dell’infedeltà della moglie. In sostanza, si dice, non è più realistico pretendere una prova che per il marito "è di fatto impossibile o estremamente difficile in un gran numero di casi (come lo sarebbe la dimostrazione di un singolo atto di infedeltà sessuale del marito)", dato che oggi il comune stile di vita e di relazione è molto più aperto e libero rispetto al passato. Insomma, questo obbligo potrebbe di fatto impedire la prova del Dna. Quindi la Cassazione – con l’ordinanza 10742/2004 – ha rinviato la questione alla Corte Costituzionale perché stabilisca se questo divieto non debba ormai considerarsi contrario alla parità dei diritti prevista, appunto, dalla Costituzione.

Tradimento gay. Sempre nell’ambito dei tradimenti, ci sono aspetti ancor più critici e delicati. E’ il caso del doppio tradimento di questa coppia: lei chiede la separazione perché il marito la tradisce ripetutamente, ma nel corso del giudizio si scopre che anche lei ha una relazione extraconiugale. Pari e patta? Non proprio, perché l’amante della moglie è una giovane fanciulla, per di più ex compagna di scuola di una delle figlie. Elemento non secondario che fa sì che il giudice affidi le figlie al marito: più che di omofobia si tratterebbe di una sanzione del comportamento della madre "lesivo dei sentimenti delle figlie". La Cassazione ha recentemente confermato (sentenza 4290/2005) il verdetto dei giudici precedenti.

E’ una questione di sesso,
vostro onore

Ma le vicende scabrose non riguardano solo i rapporti adulterini. L’eros è un gran motore delle azioni umane sia fuori che dentro la coppia: se porta donne e uomini a incontrarsi, li conduce con altrettanta facilità a scontrarsi. E’ così che il sesso, molto più spesso di quanto si creda, finisce per diventare argomento delle arringhe degli avvocati.

Il consenso innanzitutto. Anche all’interno del matrimonio il sesso può diventare violenza ed essere punita come tale se il marito obbliga la moglie ad avere rapporti contro la sua volontà. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 3343/2004) condannando un marito ossessionato dalla gelosia che, sentendosi respinto dalla moglie, la seguiva ovunque (perfino in bagno) e la obbligava ad avere rapporti sessuali. Il giudice mette ben più di un dito nella relazione tra i coniugi, compiendo un’ingerenza legittima e stabilendo un principio fondamentale: l’essere sposati non può più essere invocato come "attenuante" della violenza sessuale.

Una rondine non fa primavera. E una sola notte d’amore non ricostruisce un legame matrimoniale che si è dissolto. La vicenda è semplice e forse non così rara: i coniugi sono ufficialmente separati, tuttavia si vedono di tanto in tanto e fanno anche una breve vacanza insieme durante la quale – si sa come vanno queste cose – hanno un rapporto sessuale. Dopodiché ognuno torna a fare la propria vita di separato. Il marito, trascorsi i tre anni necessari dalla pronuncia di separazione, chiede il divorzio, ma a questo punto la moglie si oppone alla richiesta sostenendo che quel rapporto sessuale, seppure isolato, segna l’interruzione della separazione. Niente da fare, dicono i giudici supremi (sentenza 22346/2004): un singolo rapporto sessuale, per di più in vacanza, non è sufficiente per considerare ricostituito il cosiddetto "affectio coniugalis", cioè l’intero complesso di rapporti tipico del matrimonio.

Una sanzione eccessiva. Ancora una vicenda di sesso, questa volta negato troppo a lungo. Il renitente agli "obblighi coniugali" in questo caso è il marito: l’astinenza forzata rappresentava una "sanzione" per il fatto che la moglie in una lite per questioni finanziarie tra il marito e il fratello di lei si fosse schierata a favore di quest’ultimo. Fin qui non ci sarebbe nulla di così grave, in fondo è normale che dopo un bisticcio moglie e marito si "tengano il broncio" per un po’… Peccato però che questa forma di ritorsione è durata sette anni! Un po’ troppi anche per i giudici di Cassazione (sentenza 6276/2005) che hanno addebitato la colpa della separazione al marito stabilendo che un rifiuto del genere "costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner" e "provoca senso di frustrazione e disagio, spesso causa (…) di irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico". Insomma quando è troppo, è troppo.

Oltre alla beffa il danno. Da chi di sesso non ne fa per nulla, a chi ne fa troppo. E’ il caso di una coppia che ha pensato di rivitalizzare il proprio rapporto in crisi dedicandosi al sesso di gruppo. Il rimedio, come c’era da aspettarsi, non ha dato gli esiti sperati e non ha scongiurato la rottura. In tribunale, la moglie ha cercato di attribuire la colpa della separazione al marito del quale lei avrebbe soltanto assecondato le "perverse imposizioni". Ma la tesi non ha convinto i giudici, i quali hanno sostenuto che la partecipazione di entrambi i coniugi ai rendez-vous collettivi ha determinato la definitiva disgregazione del nucleo familiare. Colpa di entrambi dunque e non solo del marito, e quindi niente assegno di mantenimento per la moglie.

Sesso, bugie e adulterio: quando il matrimonio arriva in tribunale
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