Tasse: i grandi del web le pagano, ma troppo poco in Italia

I colossi di Internet pagano le tasse in Italia, sì, ma sono cifre troppo basse rispetto ai ricavi: sono appena 11,2 milioni i contributi complessivi delle mega aziende del web

Per una volta, possiamo dire che i “furbetti” non ci sono soltanto in Italia: i colossi del web, infatti, che fatturano miliardi nel nostro Paese, riescono a versare tasse bassissime nel nostro Paese, riuscendo a trovare escamotage di ogni tipo per sfruttare la agevolazioni dei paradisi fiscali. L’Europa, però, sta correndo ai ripari e la battaglia tra Davide (principalmente gli Usa) e Golia (Italia e colleghi di UE) sta per cominciare.

La web tax è stata una delle ultime proposte andate in porto per regolarizzare la tassazione dei profitti maturati in Italia dai grandi di Internet, ma ancora non ci siamo: le entrate, rispetto ai ricavi di queste aziende, sono troppo basse, poiché le aziende riescono a triangolare il versamento dei contributi con abili mosse di incassi digitali in altre zone d’Europa, dove la tassazione è loro favorevole. Ma cominciamo a fare i nomi dei giganti contro cui la Ue, a breve, cercherà di intentare una dura battaglia per vedersi riconoscere i giusti contributi, visti i fatturati stellari che provengono dalla vendita dei loro servizi nei Paesi europei, Italia inclusa ovviamente. Stiamo parlando dei soliti noti: Facebook, Apple e Amazon sono in pole position, seguiti subito dopo da alcuni grandi servizi per il turismo, come Airbnb e TripAdvisor. Complessivamente, i contributi versati da queste grandi società on line ammontano a 11,7 milioni, ovvero la stessa cifra che, come è stato calcolato, deve pagare una singola azienda italiana come la Piaggio, per esempio.

I fatturati di questi colossi, però, hanno dimensioni enormi: parliamo di miliardi e non di milioni che Mark Zuckerberg e colleghi incassano nel Belpaese ogni anno. Come riescono a eludere il nostro erario? Ponendo la propria sede legale in stati che promettono un trattamento fiscale più che agevolato: Facebook, in particolare, si è appoggiato negli anni all’Irlanda, seguito a ruota da Apple. Amazon, come noto, paga i suoi assegni contributivi in Lussemburgo, come Twitter. Le prossime mosse dell’Europa? Il 15 settembre a Tallinn, dove avrà sede il prossimo Consiglio dell’Unione europea, si cercherà di standardizzare la situazione proponendo un’imposta europea più solida, da riscuotere direttamente nel luogo dove si crea profitto. Un’idea arriva da Londra, con una tassa del 25% che permetterebbe al nostro Paese di incassare annualmente 180 milioni di euro soltanto grazie a Google e a Facebook.

Tasse: i grandi del web le pagano, ma troppo poco in Italia
Tasse: i grandi del web le pagano, ma troppo poco in Italia