Prelievi non giustificati: ecco chi rischia

Marcia indietro sulla "tassa sui prelievi da Bancomat". Resta però il rischio di contestazioni

Se all’inizio dell’estate sembrava inevitabile l’approdo ad una pur contestatissima ‘tassa sui prelievi Bancomat’, il Consiglio dei ministri dello scorso 4 aprile dedicato al Fisco ha sostanzialmente cambiato le carte in tavola: lavoratori autonomi e titolari di reddito di impresa potrannono sempre essere sottoposti ad indagini finanziarie, e saranno valutati come maggiori compensi o ricavi i prelevamenti di cui non viene indicato il beneficiario, così come i prelevamenti non contabilizzati (In assenza di giustificazione, si ritiene che la somma prelevata sia stata utilizzata per acquisti in nero, che hanno consentito di produrre beni o servizi venduti a loro volta in nero). La versione dello schema di decreto di riforma delle sanzioni amministrative tributarie – ora in attesa di un secondo parere delle commissioni parlamentari – conferma la presunzione legale che attribuisce ai prelevamenti non giustificati dei titolari di reddito di impresa il valore di ricavi non dichiarati. Viene invece cancellata la sanzione dal 10% al 50% dell’importo del prelevamento prevista in caso di omessa o inesatta indicazione del beneficiario dei prelevamenti non transitati nelle scritture contabili, che era invece prevista nella prima versione del decreto attuativo della delega fiscale.

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LA CONSULTA METTE AL RIPARO GLI AUTONOMI – La Consulta ha dichiarato incostituzionale con la sentenza 228/2014 l’articolo 32 del Dpr 600/1973 nella parte in cui contempla che i prelevamenti bancari non giustificati da parte dei titolari di reddito di lavoro autonomo si presumono “compensi” non dichiarati. Secondo la Corte costituzionale, infatti, è arbitrario equiparare il lavoratore autonomo all’imprenditore.

L’ONERE DELLA PROVA CONTRARIA – I titolari di reddito di impresa, interessati da controlli del fisco fondati sui versamenti e sui prelevamenti bancari non giustificati, sono chiamati a fornire la prova contraria. Una prova contraria non generica, bensì correlata da una dimostrazione sulle “diverse cause giustificative degli accrediti e dei prelievi”. La questione tocca da vicino anche categorie che sembrerebbero più affini al lavoro autonomo, come il caso degli agenti di commercio, dei mediatori immobiliari, dei procacciatori d’affari e dei promotori finanziari, retribuiti normalmente mediante provvigioni sugli affari conclusi. Contribuenti che producono reddito d’impresa.

LA DIFESA – Chi è in regola e si trova a doversi difendere, può trovare assistenza in quanto affermato dalla stessa Agenzia delle Entrate nella circolare 32/E/2006. In base al documento dell’Agenzia, “i verificatori devono astenersi da una valutazione rigida dei dati acquisiti, non trascurando le eventuali dimostrazioni, anche di natura presuntiva, che trattasi di spese non aventi rilevanza fiscale sia per la loro esiguità, sia per la loro occasionalità e, comunque, per la loro coerenza con il tenore di vita rapportabile al volume di affari dichiarato”.

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