Omocodia, un “disturbo” che colpisce il codice fiscale di 30mila italiani

Stessa data e luogo di nascita e nomi simili. Chiari sintomi di omocodia, un problema che può confonderci agli occhi del fisco e complicarci la vita. Come risolverlo

Ma quanti Mario Rossi ci sono in Italia? Fosse solo questo il problema, sarebbe facilmente risolvibile. Le cose per l’anagrafe tributaria si complicano invece se i diversi Mario Rossi (o gli altri diffusi casi di omonimia) sono anche nati lo stesso giorno nella stessa città. E’ qui che i sistemi di calcolo del codice fiscale vanno in tilt. Già, perché il codice fiscale – quell’insieme di lettere e numeri stampigliati su una tesserina che ogni neonato riceve e che da lì in avanti rappresenta il suo codice identificativo per l’erario – è il risultato di un calcolo automatico.

Gli elementi standard

Il codice fiscale è il frutto di un “puzzle” composto da 16 pezzi inseriti in quest’ordine:

•  3 lettere per il cognome (precedenza alle prime tre consonanti);
•  3 lettere per il nome (come per il cognome);
•  2 numeri per l’anno di nascita (le ultime due cifre);
•  1 lettera per il mese di nascita (ogni mese è identificato sempre dalla stessa lettera);
•  2 numeri per il giorno di nascita e il sesso (cioe il giorno del mese aumentato di 40 per le donne);
•  1 lettera e 3 numeri per il comune o per lo Stato estero di nascita;
•  1 lettera di controllo generata automaticamente.

Un sacco di “omocodi”

Quindi due persone con dati anagrafici uguali avranno “in automatico” lo stesso codice fiscale. Ma questo non è possibile. L’identificazione univoca del contribuente è fondamentale: vorreste pagare le tasse per un altro? La “patologia” si chiama omocodia e va eliminata. Il problema non è così raro come può sembrare: nel 2000 i casi di omocodia erano ben 24.000, con una media di 1.400 casi nuovi all’anno. Ma come si guarisce?

La correzione

Il primo passo per risolvere il problema dell’omocodia è accorgersene: il cliente ovviamente non sa dell’esistenza di un suo gemello fiscale fin quando non entra col suo codice in qualche processo telematico, cosa che ormai accade piuttosto di frequente.

Scovato dal sistema, lo sfortunato contribuente dovrà rivolgersi all’Agenzia delle Entrate per chiedere la correzione del codice. Si tratta di una procedura già prevista e consiste nel sostituire uno o più dei sette numeri del codice, a partire da quello più a destra, con delle lettere corrispondenti. Per l’esattezza:

0 = L   |   1 = M   |   2 = N   |   3 = P   |   4 = Q
5 = R  |    6 = S   |   7 = T   |   8 = U   |   9 = V

Verrebbe da chiedersi perché la correzione non possa essere fatta “a monte“, cioè perché non vi sia un sistema per riconoscere che un determinato codice fiscale è già stato attribuito e possa essere modificato all’origine, invece che obbligare il contribuente a un intervento successivo.

Ma i software inciampano

Ma i problemi non finiscono qui. Il codice fiscale infatti è un biglietto da visita sempre più richiesto. E sempre più verificato. In tempi di informatizzazione dei servizi, di  e-shopping e online banking, capita sempre più spesso di dover digitare il proprio codice fiscale in qualche maschera di accesso. L’esattezza del codice viene poi verificata da programmi che utilizzano un algoritmo (cioè un calcolo) automatico, lo stesso usato per la creazione iniziale.

Risultato: il sistema non riconosce il codice corretto e respinge l’utente. E siccome i casi di omocodia sono in crescita, anche per via dell’attribuzione del codice fiscale a molti stranieri, anche le proteste degli utenti sono destinate ad aumentare.

A proposito: Rossi è il cognome più diffuso in Italia ma “Mario Rossi” non è la firma più frequente. Il premio dell’omonimia lo vincono infatti gli oltre 2.700 Giuseppe Russo. (A.D.M.)

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