Flat tax al 15% su tutti i redditi. Quale sarebbe l’impatto sul Paese?

Come funziona l'imposizione sui redditi che piace al Carroccio. E perché i benefici economici rischiano di essere una pericolosa chimera propagandistica

FCHub - Financial Community HubNe parla da almeno un triennio il leader leghista Matteo Salvini; ora sembra poter diventare il cavallo di battaglia anche di Silvio Berlusconi. Può l’imposizione sui redditi con un’aliquota unica molto bassa (flat tax) costituire uno strumento per la ripresa economica? Per il prof. Rabushka pare proprio di sì. Gli italiani sono per questo retrogradi, ancora legati ad una imposizione fiscale progressiva, ignorando le caratteristiche virtuose della “tassa piatta”.

Ma se i sostenitori della “flat tax” ricordano, a più riprese, gli ottimi risultati conseguiti dai circa 40 Paesi che hanno utilizzato questa modalità impositiva, occorre anche considerare che il successo di queste esperienze, peraltro non proprio così evidente, ha riguardato realtà economiche (Estonia, Lituania, Lettonia, Russia, Paraguay, Serbia, ecc.) molto diverse da quella italiana.

Il padre riconosciuto della “flat tax”, una variante dei tempi nostri della detassazione reaganiana, è il prof. Alvin Rabushka, che ha concepito un modello economico in cui l’imposizione sui redditi con un’aliquota unica molto bassa rappresenta il presupposto della ripresa economica. Invitato al Convegno leghista sull’argomento tenutosi a Milano il 13 dicembre di tre anni fa, Alvin Rabushka ,”autoproclamatosi” consulente di Reagan, accusò gli italiani di essere retrogradi perché credono ancora alla progressività, tessendo le lodi delle presunte caratteristiche virtuose della “tassapiatta”. Comprimario nella campagna in favore dell’aliquota unica è l’economista di origine tedesca Robert Hall, che, insieme a Rebushka, ha elaborato il modello di tipo comportamentale con cui sono state effettuate le simulazioni.

Entrambi professori in pensione dell’Università di Stanford, ultrasettantenni studiosi di secondo rango nel “ranking” internazionale degli economisti, da più di un decennio Rabuska e Hall viaggiano per il mondo, cercando di vendere la loro ricetta, oltre che ad alcuni Stati degli USA ed ai Paesi dell’Europa dell’est, anche alle microscopiche realtà statali sparse per i cinque continenti. La loro proposta è basata sull’assioma secondo cui, chi più chi meno, tutti gli Stati applicano un livello di tassazione situato nel tratto discendente della curva di Laffer. Ne consegue che se ci spostiamo verso la sinistra sull’asse delle ascisse, vale a dire se diminuiamo il tasso di imposizione, incontriamo un livello sempre più alto del gettito; in altri termini, ad una diminuzione del livello di tassazione corrisponderebbe un aumento delle entrate tributarie.

I sostenitori della “flat tax” ricordano che è stata applicata con ottimi risultati in circa 40 Paesi, ma il successo di queste esperienze non è proprio così evidente. In ogni caso, va ben focalizzato che le caratteristiche dei Paesi in questione sono molto diverse da quelle che caratterizzano le economie avanzate come l’Italia.

I primi Paesi ad introdurre l’aliquota unica furono l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel 1994, tre piccoli paesi dal limitatissimo potenziale industriale, usciti da poco dall’influsso della potenza sovietica. La Russia di Putin, che non aveva mai conosciuto imposte specifiche sul reddito, ha istituito nel 2001 un’imposta sul reddito del 13%, tutt’ora in vigore. Il Paraguay, che parimenti mai aveva sperimentato un’imposta sul reddito, ha introdotto l’imposta unica sul reddito nel 2010.

Per quanto si riferisce all’eventuale applicazione nel nostro Paese, l’introduzione di un’imposta sul reddito ad aliquota unica del 15% porrebbe rilevanti problemi, sia in materia di gettito, sia dal punto di vista dell’equità fiscale, mentre i benefici economici sono null’altro che una pericolosa chimera propagandistica. Tanto che ora se ne è tornato a parlare, sia in area Salvini che soprattutto in area Berlusconi, ma ‘correggendo’ l’aliquota intorno al 20/22%.

In materia di gettito, un conteggio approssimativo evidenzia un volume di entrate molto inferiore a quello attuale. Le due imposte che la “flat tax” sostituirebbe procurano all’Erario circa 200 Mld netti (160 Mld l’IRPEF e 40 Mld l’IRES). L’imposta proposta del 15% colpirebbe i redditi sottostanti a queste due imposte, valutati rispettivamente 650 Mld riferibili a circa 28 milioni di contribuenti per l’IRPEF e 180 Mld riferibili alle imprese per l’IRES, con una base imponibile complessiva di circa 830 Mld. Ne conseguirebbe un gettito lordo di circa 125 Mld che, al netto almeno delle detrazioni per carichi di famiglia e di quelle pluriennali per ristrutturazioni edilizie e risparmio energetico, si ridurrebbe a circa 100 Mld. Trascurando le addizionali regionali e comunali (che pure andrebbero compensate), mancherebbero dunque all’appello i restanti 100 Mld.

Osservano, però, i proponenti della “flat tax” che, con un tasso di imposizione ridotto al 15%, la maggior parte degli evasori non avrebbe interesse a rischiare, nascondendo al Fisco il reddito prodotto. Così il vuoto di entrate di 100 Mld sarebbe compensato dalle imposte riferibili ai redditi evasi che emergerebbero; la pressione fiscale complessiva resterebbe identica, ma sarebbe meglio distribuita perché gravante su una base impositiva più vasta.

In realtà, non è precisamente questo il meccanismo compensativo che si innescherebbe. Non si può comunque affermare che la “flat tax” porterebbe alla luce quei redditi da lavoro autonomo che attualmente sfuggono alla tassazione, poiché l’ipotetico risparmio di imposta per gli evasori dovuto al ridotto tasso di imposta sarebbe riferibile soltanto ad una modesta quota della pressione fiscale complessiva. In effetti, il tasso di imposizione di tutte le altre imposte, tasse e contributi, ammontanti complessivamente a circa 400Mld, resterebbe invariato e quindi peserebbe come in precedenza sui redditieri emersi.

Dove sarebbe allora la convenienza degli evasori a dichiarare i loro redditi, dal momento che alla fine del ciclo la ventilata diminuzione della pressione fiscale su di loro sarebbe riferibile soltanto ad una quota minima dell’evasione complessiva, appunto quella relativa alle sole imposte sul reddito? E dove sarebbe l’incentivo agli investimenti da parte dei contribuenti corretti, laddove essi usufruirebbero solo di una diminuzione parziale delle imposte, appunto quella relativa all’imposta sul reddito, valutabile in circa 1/5 del totale delle entrate tributarie e contributive?

Anche laddove il risparmio teorico di circa 1/5 del totale delle imposte e tasse attuali fosse un movente sufficiente a far emergere i redditi degli evasori, dal loro punto di vista non è poi irrilevante l’eventualità di una “controriforma”, con il successivo ripristino della tassazione precedente o, magari, ancora più gravosa.

In conclusione, a parte il dettato della Costituzione della Repubblica, secondo cui il sistema fiscale nel nostro paese deve essere improntato a criteri di progressività, per un’economia complessa come quella italiana, l’introduzione della “flat tax” rappresenterebbe una vera iattura, che, aprendo una voragine nei conti pubblici, farebbe pagare a caro prezzo la crisi alle famiglie, senza rappresentare un reale vantaggio per le imprese.

Franco Cavallari
(per approfondimenti: l’articolo su FCHub)

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