E’ polemica Web tax: rischia di escludere l’Italia dal mercato globale?

Un emendamento alla legge di Stabilità introduce la tassazione delle agenzie web straniere che operano all'interno del territorio nazionale

La "Web tax" introdotta da un emendamento alla Legge di Stabilità di Edoardo Fanucci (Pd) è già diventata un caso: il neo-segretario del Pd Matteo Renzi ne ha subito preso le distanze ("Siamo passati dalla nuova digitale alla nuvola nera di Fantozzi. Rischiamo di dare l’immagine di un paese che rifiuta l’innovazione"), ma il caso resta bollente, e nelle ultime ore non sono mancate le reazioni di diversi soggetti all’emendamento che tassa le agenzie web straniere che operano all’interno del territorio nazionale, introduce l’obbligo di acquistare servizi web, e-commerce, pubblicità etc. da aziende con partita IVA italiana (in modo da poter tener conto delle transazioni all’interno dei nostri confini) e aumenta l’equo compenso dovuto alla Siae sui dispositivi elettronici. I fautori l’hanno definito un emendamento "contro le lobby", ma le controindicazioni rischiano di essere parecchie.
 
REAZIONI – Le reazioni, come accennato, sono state tante e piuttosto decise. “L’Italia ha fatto il passo successivo verso la trasformazione della cosiddetta e quasi certamente illegale Google tax” – scrive in proposito Forbes. Secondo Simone Crolla, consigliere delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, “gli ispiratori della Web tax dovrebbero riflettere sul danno di immagine per l’Italia provocato da questo provvedimento agli occhi della comunità internazionale. È il tentativo di assoggettare le aziende digitali estere alle normative fiscali italiane, provocando un danno sia produttori che ai consumatori”.
 
BOCCIA LA DIFENDE – A difesa della Web tax c’è Francesco Boccia, presidente della commissione bilancio della Camera: "Il fatto è che esiste un vuoto normativo da riempire, visto che lascia la porta aperta a pratiche elusive. Quel vuoto fa sì che i ricavi prodotti in casa nostra, grazie alle risorse che gli italiani spendono sulla rete, generino flussi di denaro che poi finiscono all’altro capo del mondo. Il mancato gettito erariale che consegue da questi spostamenti da’ luogo a un’emorragia di risorse finanziarie paurosa che non ci possiamo permettere. Finora i colossi del web non hanno investito un centesimo qui da noi, chissà che qualcosa non cambi una volta che le loro controllate in Italia avranno adottato la partita Iva, come la proposta prevede".
 
IL SILENZIO DELLE WEB COMPANY – Dalle Web company straniere, destinatarie del provvedimento in questione, nessun commento. Le filiali italiane di Google e Amazon, interpellate in proposito da Wired, hanno risposto all’unisono: “Sulle tasse la nostra posizione è sempre la stessa. Le paghiamo rispettando le leggi di ogni singolo paese”. Ma non è così semplice, perchè se il testo dovesse concludere immutato il suo percorso verso la Gazzetta Ufficiale non sarebbero le casse di Mountain View, Seattle, Facebook o Twitter a piangere, ma l’intera economia digitale italiana.
 
RISCHIO SANZIONI DALL’EUROPA – La Web tax ci pone peraltro in una posizione pericolosa nei confronti dell’Unione europea, che nel 2015 prenderà posizione sul tema. Con l’Italia al timone del semestre europeo dall’estate 2014. Il rischio concreto, magari proprio durante il semestre di presidenza italiana, è quello di subire una procedura di infrazione per essere andati contro l’attuale regolamentazione comunitaria, che in proposito è piuttosto chiara: “Le persone che esercitano attività indipendenti e i professionisti o le persone giuridiche che operano legalmente in uno Stato membro possono esercitare un’attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa od offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d’origine. Ciò presuppone non soltanto l’abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”.
 
LE IMPRESE ITALIANE – Al momento non si registrano reazioni ufficiali, ma è facile immaginare il disagio anche da parte degli imprenditori della rete italiani. Se chi vende pubblicità online dovesse decidere di non farlo più in Italia per non sottostare agli obblighi della Web tax, onerosi soprattutto per chi raccoglie poche decine di migliaia di euro dagli investitori del nostro paese, rischieremmo seriamente di essere  tagliati fuori dal flusso pubblicitario globale. Senza contare l’effetto di possibili ritorsioni, che potrebbe costringere tutte le piccole imprese italiane che esportano via e-commerce ad aprire sedi in altri paesi del mondo.
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