Montepaschi verso la nazionalizzazione: cosa rischiano risparmiatori e correntisti?

Cosa comporterebbe una eventuale nazionalizzazione

Banca Montepaschi torna al centro della bufera, dopo il no della BCE alla proroga dell’aumento di capitale, necessario per allineare il capitale al livello “cautelativo” imposto dalla normativa dell’Unione bancaria. In questi giorni si è tornato a parlare di “nazionalizzazione” dell’Istituto senese, ma cosa significa? E cosa comporterebbe questo per gli azionisti e per gli altri investitori? E, soprattutto, sono a rischio anche i correntisti di Monte dei Paschi di Siena?

LA CRISI PASSO DOPO PASSO

Procedendo per gradi, Banca MPS ha aprovato in autunno un nuovo aumento di capitale da 5 miliarsi, per soddisfare i criteri minimi di patrimonializzazione imposti alle banche dalla vigilanza unica europea.

Il lancio di una prima offerta sui titoli subordinati convertibili in azioni MPS è stata effettuata a fine novembre, ma l’offerta era diretta solo agli Istituzionali e valore circa 1 miliardo. La banca aveva dunque chiesto alla BCE, date anche le condizioni di incertezza dei mercati, di prorogare l’operazione di reperimento de capitale al 20 gennaio 2017.

Il no della BCE ha aperto una nuova crisi e costretto MPS a riaprire l’offerta sui titoli subordinati per un importo di 2 miliardi al pubblico retail: un bacino di ben 40 mila risparmiatori che si erano detti disposti a partecipare. Nel frattempo, il timore che la banca senese non riesca a reperire i capitali necessari ha spinto il Tesoro a predisporre un Piano B che prevede di fatto la nazionalizzazione dell’Istituto senese mediante partecipazione alla ricapitalizzazione con garanzie statali (una eventualità prevista dalla normativa europea sul Bail-In ed informalmente accettata anche dai più rigorosi banchieri dell’Eurotower)

QUALI SONO I RISCHI?

Per gli azionisti ed i detentori di obbligazioni subordinate il rischio sarebbe massimo, perché l’intervento statale porterebbe all’azzeramento del valore delle azioni/bond. I titoli subordinati quotati in Borsa, infatti, hanno ceduto venerdì fra l’8% e l’11% incorporando questo rischio, al pari del titolo azionario che ha perso il 10% circa.

Per i correntisti, l’applicazione della normativa europea del Bail-In comporterebbe la protezione dei depositi sino ad un tetto di 100 mila euro, oltre il quale non vi sarebbero più garanzie di rimborso dei propri risparmi.

Vi sono poi dei rischi secondari o rischi di “contagio” sui titoli delle altre banche quotate, sia quelle sottoposte alle stesse pressioni, tipo Unicredit che deve ricapitalizzare al pari di MPS, sia quelle che non hanno questi probllemi e perdono ugualmente valore in Borsa.

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