L’euro e le medicine (sbagliate) per curarlo

Il nodo cruciale è se sia utile e proficuo prendere in considerazione l’eventualità di uscire dal sistema della moneta unica europea

FCHub - Financial Community HubIl rifiuto dei vincoli dell’euro, sostenuto da quasi tutto lo schieramento dell’opposizione, di destra e di sinistra, è argomentato principalmente da motivi economici, con qualche riferimento al “vulnus” che i legami della moneta unica avrebbe inferto alla sovranità monetaria del Paese. La crisi economica iniziata nel 2008 ha accresciuto progressivamente nella classe media e nei ceti meno abbienti (gli strati della popolazione più colpiti dalla lunga stagnazione) il desiderio di liberarsi unilateralmente delle regole di austerità che l’accordo monetario ha comportato.

Evolutosi nel tempo in una situazione di disallineamento strutturale delle economie, il Sistema concepito a Maastricht nel 1992 è approdato successivamente al fiscal compact, rendendo ancora più evidenteil cosiddetto “vantaggio esorbitante” a favore della Germania. Un’asimmetria perversa che, in assenza di flussi riequilibratori, costringe i Paesi più indebitati a restrizioni di bilancio molto onerose, mentre, nei fatti, consente al Paese egemone di conseguire un consistente surplus della bilancia dei pagamenti, con il conseguente accumulo di ingenti riserve valutarie. Anche in ragione di ciò (ma non solo) si è diffusa in Europa l’opinione che l’euro sia una “moneta sbagliata”, un’idea che ha preso vigore anche per le riflessioni critiche di molti economisti, tra cui alcuni premi Nobel per l’economia, come Joseph Stiglitz e Paul Krugman e, più recentemente, Amartya Sen e Oliver Hart. Con accenti molto diversi tra loro, essi ritengono che la moneta unica tra Paesi economicamente così distanti non possa resistere a lungo, specialmente a causa del perdurare della stagnazione economica che attanaglia ancora gran parte dell’Europa. Opinioni certamente autorevoli, utilizzate disinvoltamente dalla deriva demagogica che usiamo definire “populista”, il cui obiettivo principale consiste nel poter sancire la fine dell’accordo monetario e dell’Unione stessa. Non è, però, irrilevante la circostanza che nessuno degli economisti citati abbia mai azzardato la ricetta di un ripudio unilaterale non traumatico, mentre tutti hanno ammesso di non ignorare l’estrema pericolosità di un’eventuale deflagrazione della seconda moneta di riserva del mondo. Per altri versi, alcuni politici, consci dei pericoli di una dissoluzione dirompente dell’eurozona, hanno prospettato l’ipotesi di un negoziato multilaterale, una improbabile trattativa, lunga ed estenuante, in grado di innescare tempeste incontrollabili nei mercati.

Per quanto riguarda l’Italia, alcuni propongono, da destra, un referendum sull’argomento, che però è costituzionalmente improponibile; altri, da sinistra, come Emiliano Brancaccio, ritengono irrealistico e velleitario un riorientamento più solidale della politica economica dei vari Paesi, suggerendo a coloro che oggi sostengono di voler cambiare l’Unione dall’interno di “occuparsi di miracolistica e non di politica”. Altri studiosi di sinistra, come, ad esempio, Sergio Cesaratto (“Sei lezioni di economia”), consapevoli che il nodo cruciale del problema è, per l’Italia, il rifinanziamento del suo enorme debito pubblico, suggeriscono una ridefinizione in lire del debito stesso; trascurando che una ridefinizione seguita da una svalutazione del cambio equivarrebbe nella sostanza ad un “default del debitore”, spettro minaccioso di conseguenze disastrose, come ben sanno i Paesi, come l’Argentina, che hanno seguito questa strada.

Altri economisti appartenenti anch’essi alla sinistra marxiana (Guido Iodice e Thomas Fazi, “La battaglia contro l’Europa” ed. Fazi), pur non avendo mai condiviso l’idea della moneta unica,non considerano possibile, né auspicabile, la fuoriuscita italiana dall’euro. La loro circostanziata analisi hacorrettamente focalizzato l’impasse attuale dell’euro, svolgendo, tra l’altro, una pregevole disamina storico-statistica dell’evoluzione economica di lungo periodo, dal New Deal roosveltiano alle più recenti evoluzioni dell’UEM. Essi considerano, da sinistra, contraddittoria e peggiorativa per le condizioni dei lavoratori un’uscita dall’euro, poiché la riconquista di margini di competitività attraverso la flessibilità del cambio sarebbe immediatamente vanificata dall’esigenza di indicizzare i salari. Per altri versi, essi evidenziano che un’uscita, da destra, oltre alle pesanti ripercussioni generali, sarebbe particolarmente penalizzante per la classe lavoratrice. Su questo punto la destra è stata molto esplicita: l’uscita dalla moneta unica comporterebbe il blocco dei salari nominali, a tutela dei margini di competitività riconquistati con la svalutazione. Le conclusioni degli autori, come dice Michele Salvati, sono un esempio di radicalismo nell’analisi e di realismo nelle proposte; realismo che, in verità, si limita ad evitare battaglie contro i mulini a vento, suggerendo alcune misure di politica economica non traumatiche. Una specie di “Piano Keynes”, come quello descritto nel loro paper premiato dal Gruppo Socialista al Parlamento Europeo “Why…? The case for a decentralised fiscal stimulus”. In esso gli autori,senza fare i conti con l’avversione tedesca per qualunque soluzione diversa dall’austerità, suggeriscono azioni, in parte fuori dal raggio della realizzabilità; azioni che, in buona sostanza, prevedono di dare agli Stati nazionali più spazio fiscale, mentre alla BCE resterebbe il compito di salvaguardare l’euro e la sua materia prima, ossia il debito degli Stati.

Sul tema si sono espressi circa un mese fa anche Giorgio La Malfa e Paolo Savona, ex ministri economici appartenenti alla destra moderata. In risposta a Clemens Fuest, giovane professore della destra tedesca, che ha esplicitamente invitato l’Italia a tenersi pronta per richiedere l’uscita dalla moneta unica, i due economisti, in passato euroentusiasti, hanno ammesso che le condizioni politiche dell’Europa attuale rendono inapplicabili soluzioni che implichino oneri per la Germania. Ma hanno, comunque, replicato all’invito di Fuest che per la sua partecipazione agli accordi monetari europei l’Italia ha già pagato, per circa un ventennio, un prezzo molto alto, vale a dire la perdita della competitività esterna, mentre la Germania, evitando la rivalutazione del marco che avrebbe limitato la sua competitività, ha potuto espandere notevolmente le sue esportazioni ed accrescere a dismisura le sue riserve valutarie.

Secondo i due economisti, la soluzione dell’innegabile impasse dell’euro “non può consistere nel riproporre il ritornello di un irrealistico completamento dell’Unione Monetaria per riequilibrare lo sviluppo complessivo dell’UEM” poiché qualunque iniziativa politica in tal senso sarebbe destinata ad infrangersi contro il muro dell’intransigenza tedesca. Essi auspicano, invece, un ripensamento dell’euro su iniziativa della Germania stessa, in pratica lo sganciamento unilaterale della moneta tedesca dall’accordo di cambio, in modo che il nuovo marco possa fluttuare liberamente verso l’alto, liberando così i tedeschi dal timore ossessivo di doversi accollare gli oneri del riequilibrio. In alternativa, i nostri due economisti propongono di sostituire l’attuale meccanismo della moneta unica con un regime di cambi fissi, ma aggiustabili. E concludono, in modo non convincente, che se la Germania rifiutasse ambedue le soluzioni, “la sola strada percorribile resterebbe quella che i Paesi membri conducano politiche monetarie (sic) e fiscali del tutto autonome ed aspettino gli eventi”; trascurando però di considerare che questa scelta determinerebbe costi molto più elevati in termini di rifinanziamento del debito pubblico rispetto ai benefici ottenibili da una politica fiscale accomodante.

A questo punto val la pena di spendere due parole di puntualizzazione riguardo alla definizione di moneta sbagliata attribuita all’euro dalla demagogia populista.

Sotto l’aspetto tecnico, è sufficiente ricordare che i meccanismi dello SME furono studiati per più di un decennio dalla Commissione Europea ed alla loro elaborazione partecipò il fior fiore delle intelligenze economiche dell’epoca, a cominciare dagli studiosi delle “Aree valutarie ottimali” e delle ripercussioni degli “shocks asimmetrici”, come ad es. il premio Nobel Robert Mundell.

Dal punto di vista politico, va evidenziato che l’UEM fu varata da statisti europei di grande levatura, come Mitterand, Schmidt, Prodi, Ciampi, Kohl, Delors, pur in presenza di alcune voci critiche, come, ad esempio, quella del Nobel per l’economia Franco Modigliani. Le ricorrenti crisi valutarie di diversi Paesi membri costituivano una seria minaccia alla coesione comunitaria in un contesto in cui la recente implosione dell’impero sovietico creava grande instabilità nei Paesi dell’Europa orientale. Dinanzi ad uno scenario così pericoloso, gli statisti citati scelsero di realizzare uno stringente accordo monetario, ancor prima di aver completato l’integrazione politica e dell’economia reale; una specie di “corsetto monetario”, come dicevano i francesi, volto a dare un segnale deciso nel senso di rinsaldare la coesione europea. Fu un disegno lungimirante, non certo un errore politico; gli errori politici vennero dopo, negli anni dell’evoluzione successiva dell’UEM, tra i quali fondamentale quello di diversi Paesi, tra cui l’Italia, che, votando il Patto di Stabilità e Crescita nel 1998-99 e le altre regole dell’accordo monetario nel 2010-11, culminate poi nel fiscal compact , acconsentirono acriticamente alla miopia politica del Paese egemone di svolgere la sua funzione naturale di leader dell’Unione applicando la strana teoria economica dell’austerità espansiva, una formula pesantemente viziata da “eccesso di potere”.

Questo breve compendio delle idee esistenti in materia di crisi dell’euro e delle proposte di soluzione conferma la complessità del tema e la gravità dell’impasse che vive attualmente l’UEM. Molte delle analisi e delle proposte menzionate, pur contribuendo a chiarire importanti aspetti del problema, non hanno dato sufficiente risalto ad almeno due considerazioni fondamentali che meritano di essere sottolineate ai fini della piena comprensione delle conseguenze relative al dissolvimento della moneta unica e dell’Unione Europea.

La prima questione riguarda quello che i cosiddetti “sovranisti” definiscono il controllo nazionale della moneta. L’idea chela svalutazione del cambio renda possibile alla nostra economia di riguadagnare stabilmente una parte della competitività perduta è fallace in radice. Si tratta di assunto basato su un’illusione ottica puramente demagogica, come insegna l’esperienza storica riferita a quei Paesi, come l’Italia, che in passato hanno forzato le proprie possibilità di sviluppo a colpi di svalutazioni monetarie. In primo luogo, perché, la svalutazione è in grado di dare solo una fuggente boccata di ossigeno ad imprese che hanno perso competitività per motivi diversi; e, secondariamente perché, a causa del peggioramento delle ragioni di scambio, la svalutazione realizza una svendita all’estero di preziose risorse, del lavoro innanzitutto, importando nel contempo un devastante fattore di aumento dei prezzi interni.

L’Italia ha già vissuto queste vicissitudini una trentina di anni fa, con ricorrenti svalutazioni della lira, accompagnate da un eccesso di spesa pubblica corrente indispensabile per sostenere il conseguente declino della domanda interna ed il preoccupante calo dell’occupazione. Ne è puntualmente conseguito l’inevitabile corollario di un elevatissimo livello dell’inflazione e dei tassi di interesse, con punte che hanno superato il 20%. In realtà, la svalutazione della moneta è la via più breve per accrescere progressivamente la vulnerabilità del sistema e, anche se consente di ottenere temporaneamente qualche decimale di crescita in più, costringe l’economia in una corsa ad ostacoli crescenti che scarica i conseguenti gravami sulle generazioni successive. La fragilità economica, che nel contesto della crisi attuale rende da molti anni così difficoltosa la crescita economica del nostro Paese, è l’inevitabile eredità delle svalutazioni della lira di quel periodo, che rappresentano il più importante fattore di accrescimento del debito pubblico e di irrigidimento delle strutture economiche.

L’altro aspetto concerne la scarsa attenzione che i sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’accordo monetario riservano all’analisi delle conseguenze a cascata che ne deriverebbero. Non è difficile immaginare che il ritiro di un grande Paese fondatore, innescando reazioni equivalenti negli altri partners, trascinerebbe con se il dissolvimento dell’accordo monetario. Nel contesto degli egoismi nazionali che vive l’Europa al momento presente, il protezionismo generalizzato non tarderebbe a sopraggiungere, innescando una reazione a catena che, in stretta sequenza, finirebbe per travolgere anche tutte le altre politiche dell’Unione stessa. Non è un caso che il populismo lepenista di Francia abbia già esplicitamente iscritto nel suo programma l’obiettivo di perseguire, già nel 2017, l’uscita della Francia dall’UE. Finirebbe così in rovina la più proficua e lungimirante costruzione unificante dello sviluppo dei popoli mai realizzata in tempo di pace; un tessuto di strette relazioni economiche e politiche verrebbe meno e dalle sue ceneri emergerebbe il nazionalismo di Stati autoritari, votati all’autarchia e al controllo delle frontiere.

Ai nostri figli ed ai nostri nipoti lasceremmo in eredità un continente condannato all’irrilevanza nella politica mondiale, disseminato di muri e di barriere funzionali ad esorcizzare le paure ed il cieco egoismo dei suoi cittadini. Un clima politico-culturale in cui attecchirebbe facilmente la conflittualità tra Paesi che si sono combattuti per secoli, mettendo forse a repentaglio il godimento del dividendo della pace (unvalore inestimabile- 65 milioni di morti e distruzioni inenarrabili nelle due guerre mondiali del XX secolo), dicui hanno usufruito intere generazioni di cittadini europei. Per assurdo, neppure la ritrovata sovranità monetaria potrebbe essere utilizzata per effettuare svalutazioni competitive, ché il loro effetto sarebbe vanificato da analoghe barriere all’entrata poste dagli altri Paesi.

Dall’attuale situazione di impasse dell’euro e dall’esame delle soluzioni prospettate è d’uopo trarre una prima conclusione: l’euro non è irreversibile, poiché, come qualsiasi realtà umana, può essere distrutto da un bombardamento a tappeto foriero solo di distruzione e macerie. L’altra conclusione suggerisce che è bene non avere fretta nel correre verso scorciatoie che applicherebbero solo ricette illusorie , ché l’attuale situazione politica europea non consente soluzioni immediate e qualunque medicina farebbe più danni della malattia. C’è un’ondata di populismo nel nostro continente che si sta gonfiando paurosamente, una marea montante che avrà il suo acme con le elezioni in Francia, in Germania ed in altri Paesi e che rischia di travolgere l’Unione. Occorre resistere a pié fermo al dormiveglia della ragione che ha colpito i popoli europei, aspettando che si attenui la febbre demagogica dell’avversione alle politiche ed alle istituzioni comunitarie. E vivere questo periodo di grandi difficoltà come un Kairos, un tempo di opportunità, per attenuare nei vari Paesi l’attuale processo di desertificazione economica e sociale.

Alla classe dirigente tedesca spetta il compito principale di salvare l’Europa dai nazionalismi, contrastando le cause che hanno distrutto la classe media ed accentuato il pauperismo dei ceti meno abbienti. La Germania finirà per comprendereche l’euro non può essere un marco mascherato e che la teoria dell’austerità espansiva è fallace; è la via che conduce i Paesi europei verso catastrofi democratiche simili a quelle successive alla crisi del ‘28. E non potrà rifiutare di europeizzare gradatamente, insieme ai suoi partners, alcuni problemi giganteschi non risolvibili a livello nazionale: in primo luogo la stagnazione economica e poi, gradatamente, gli investimenti, il debito pubblico, la povertà, le migrazioni, le banche.

Franco Cavallari
(L’articolo su FCHub)

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