Il trattamento di fine rapporto e la sua tassazione

Tutto ciò che serve sapere su fine rapporto e relativa tassazione

Fisco 7Ogni lavoratore subordinato, durante la sua carriera lavorativa, matura, quale ulteriore elemento retributivo, il cosiddetto TFR (acronimo di Trattamento di fine rapporto). Tale trattamento, che viene corrisposto all’atto della cessazione del rapporto di lavoro – o nei casi di anticipazione disciplinati per legge – presenta particolari caratteristiche sia nella sua determinazione che nella sua imposizione fiscale all’atto dell’erogazione.

In primo luogo, è bene precisare che il TFR matura ed è accantonato annualmente – o in base a periodi inferiori rispetto all’anno in caso di inizio o cessazione del rapporto di lavoro – e può essere devoluto a forme di previdenza complementare o liquidato mensilmente al lavoratore per mezzo della cosiddetta Quir (quota integrativa della retribuzione così come introdotta dalla Legge di Stabilità per il 2015).

La retribuzione di riferimento per la determinazione dell’ammontare del TFR è costituita da tutti quegli elementi che vengono riconosciuti e corrisposti al lavoratore durante il rapporto di lavoro e che, in via esemplificativa ma non esaustiva, possiamo indicare in:

  • retribuzione minima tabellare (oltre all’eventuale contingenza);
  • scatti di anzianità;
  • ferie e permessi;
  • festività;
  • straordinario o supplementare;
  • premi ricorrenti;
  • maggiorazione per turni;
  • provvigioni;
  • indennità particolari (es: indennità di mensa etc);
  • ogni altro elemento corrisposto non a titolo occasionale.

Inoltre, il TFR matura a ratei mensili anche durante quei periodi di assenza in cui sussiste la tutela del posto di lavoro a favore del dipendente (es: ferie, permessi, malattia, infortunio, maternità anticipata e obbligatoria, cassa integrazione).

Per calcolare quanto TFR spetta all’atto della cessazione del rapporto lavorativo occorre effettuare un “semplice” calcolo. La quota spettante corrisponde solitamente ad una mensilità all’anno e il calcolo si ottiene dividendo la retribuzione lorda annuale (quindi comprese anche le mensilità aggiuntive) per 13,5 e sottraendo la contribuzione dovuta all’Inps nella misura dello 0,5%.

Una volta determinato l’ammontare del TFR (definito importo lordo), questo dovrà essere assoggettato a tassazione, che per espressa previsione di legge, è applicata “separatamente” dalla normale imposizione fiscale con applicazione della progressività.

Tutto ciò al fine di determinare il carico tributario che dovrà essere la media degli anni e delle frazioni di anno rispetto all’anzianità di servizio.

In base all’attuale normativa il TFR maturato a decorrere dal 1° gennaio 2001 risulta imponibile solo per la quota capitale, senza quindi considerare le rivalutazioni annuali. In generale l’obbligo per il datore di lavoro di effettuare la ritenuta ai fini fiscali sorge nel momento in cui il TFR viene erogato al lavoratore. Pertanto, le somme maturate prima di tale data sono disciplinate in un particolare modo, mentre quelle maturate dopo sono disciplinate differentemente.

Pertanto:

  • per le quote maturate sino al 31.12.2000 la tassazione è interamente effettuata da parte del datore di lavoro;
  • le quote maturate dopo il 1.1.2001 sono soggette a ritenuta parziale da parte del datore di lavoro, in quanto sarà poi l’Amministrazione finanziaria ad effettuare il calcolo corretto dell’imposta dovuta.

Stabilita la base imponibile totale del TFR si dovrà definire l’aliquota media che sarà applicabile alla stessa. L’imposta calcolata infatti non è applicata a titolo definitivo poiché viene successivamente riliquidata da parte dell’Agenzia delle Entrate, in base all’aliquota media di tassazione dei 5 anni precedenti a quello in cui è maturato il diritto all’erogazione del TFR.
Per i rapporti di lavoro con durata inferiore ai 2 anni e per i TFR che hanno un reddito di riferimento non superiore ai 30 mila euro, con diritto che sorge a partire dal 1° aprile 2008 sono previste detrazioni particolari.
Successivamente a tali operazioni gli uffici dell’Agenzia delle Entrate riliquidano l’imposta dovuta in base all’aliquota media di tassazione dei 5 anni anteriori alla cessazione del rapporto di lavoro e, nel caso in cui l’importo dovuto sia superiore, è direttamente il Fisco a chiedere al contribuente di versare la maggiore imposta.

Durante la sua vita lavorativa il lavoratore, che possa dimostrare almeno 8 anni di anzianità di servizio presso l’azienda, può richiedere al proprio datore di lavoro un anticipo del trattamento di fine rapporto non superiore al 70% del TFR accantonato. L’anticipo può essere richiesto una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e solo nel caso in cui sussistano particolari necessità come:

  • acquisto prima casa per se stessi o per i propri figli;
  • sostenimento di spese sanitarie per terapie mediche;
  • interventi straordinari.

Con la legge di stabilità 2015 si è decretato che dal 1° marzo 2015 al 30 giugno 2018, i lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici e quelli del settore agricolo), che abbiano un rapporto di lavoro da almeno 6 mesi presso la stessa azienda, possano richiedere al medesimo datore di lavoro di percepire la quota maturanda “tramite liquidazione diretta mensile della medesima quota maturanda come parte integrativa della retribuzione”. Questo, pertanto, permetterà, ai dipendenti del settore privato di richiedere, nel periodo sopra indicato, la liquidazione mensile della cosiddetta Quir (Quota integrativa della retribuzione). La tassazione della Quir segue però regole diverse dal TFR liquidato a fine rapporto o in caso di anticipazione.
La predetta parte integrativa della retribuzione, infatti, è assoggettata a tassazione ordinaria e non è imponibile ai fini previdenziali.

Francesco Geria – LaborTre Studio Associato
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