Finanza: perché l’Italia non è un Paese di esperti

L'immagine degli italiani alle prese con l'uso dei propri soldi restituita dal Rapporto 2017 della Consob è sconfortante

FCHub - Financial Community HubLa Borsa? È un investimento meno rischioso delle obbligazioni. I consiglieri più attendibili sugli investimenti? Meglio i colleghi dei professionisti del settore. Il consulente finanziario preferito? Quello che ti fa sentire importante (e non quello che ti protegge dagli errori), purché, naturalmente, non pretenda di essere pagato.

L’immagine degli italiani alle prese con l’uso dei propri soldi, restituita dal Rapporto 2017 della Consob, è sconfortante. Ma spiega con chiarezza la ragione che ha moltiplicato le storie di “risparmio tradito” di cui si sono riempite le cronache (bond subprime rifilati a vedove e pensionati, prestiti concessi dietro acquisto di azioni dell’istituto, e via dicendo): una profonda, endemica mancanza di educazione finanziaria. Sconosciute le regole base per gestire il denaro, a cominciare dal profilo di rischiosità dei diversi strumenti; ignorato il metodo di un processo decisionale per arrivare a investire; sopravvalutata la propria competenza. Con il risultato di prendere fischi per fiaschi sull’acquisto di azioni, e di dare più importanza a un suggerimento al coffee break che al tavolo del consulente in banca. Ma anche di farsi attanagliare dall’ansia fino a disinteressarsi se i propri investimenti vanno su o giù: meglio non sapere.

Il Rapporto, basato su un survey sul mercato retail e sull’osservatorio sui comportamenti delle famiglie italiane in materia finanziaria, entrambi condotti da Gfk Eurisko, e preparato dal team Consob guidato da Nadia Linciano, dà atto del miglioramento avvenuto nel 2016 sia sul fronte del reddito disponibile delle famiglie italiane, sia di un leggero aumento del tasso di risparmio. Niente che ci riporti ancora alla situazione pre-crisi del 2007, ma almeno il segno è positivo. Ma nessun passo in avanti si è fatto in materia di cultura finanziaria: un investitore su due non sa che cosa è l’inflazione o cosa significa interesse semplice, non parliamo poi del concetto di “rischio di mercato”, ignoto a nove persone su dieci. Il quadro peggiora ancora quando si gratta fin sotto alla “percezione di sapere” e si arriva alla reale consapevolezza di cosa quei concetti significhino davvero, in cui si scopre che tra il 30 e il 40 per cento delle risposte è solo un bluff. Alla fine è scena muta.

D’altra parte occuparsi delle proprie finanze dà l’ansia a una persona su due. Sarà forse per questo che l’industria del settore, cioè le banche, viene vista con un certo sospetto: più della metà degli intervistati non ha fiducia negli intermediari finanziari, tant’è che preferisce lasciare i propri averi sotto forma di deposito, oppure investita in titoli di Stato e magari fondi obbligazionari e solo dopo vengono le obbligazioni bancarie italiane e i fondi azionari, ma spesso conservando un’idea molto vaga di quale sia il rischio reale di simili forme di investimento. Eppure un’idea chiara il campione degli intervistati ce l’ha: è avverso al rischio il 50 per cento degli intervistati, e non accetta di perdere neanche un centesimo.

Un vero rompicapo per le banche, che devono avere a che fare con un pubblico di clienti al limite della schizofrenia: un comportamento tanto pazzarello, che un terzo degli intervistati rovescia completamente il proprio atteggiamento verso il rischio a seconda di come gli viene posta la stessa domanda, ma mettendo in luce una volta il guadagno e una volta le perdite eventuali. Un puro illusionismo retorico. Pane quotidiano dei consulenti bancari, che infatti non sono una categoria che rifulge, surclassati come sono nel cuori degli investitori da suggeritori di altra provenienza, amici, colleghi e parenti.

Dei consulenti, comunque, non è tanto la competenza che si apprezza, quanto la disponibilità e l’attenzione, la qual cosa può forse spiegare perché oltre il 40 per cento di chi li utilizza non ha idea di come essi vengano remunerati per il servizio prestato, e anzi non è disposto a pagarli affatto. Il che contiene almeno un po’ di coerenza: perché pagare uno a cui si chiede solo un po’ di carineria, e a cui mediamente si confidano il meno possibile informazioni sui propri soldi?

Paola Pilati

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