Caso Consip, ora Marroni fa tremare Renzi

Caos dopo le dimissioni ai vertici. L'Ad pronto a riferire a Cantone

Se con le dimissioni ‘imposte’ del presidente Luigi Ferrara e dell’altro membro del cda, Maria Laura Ferrigno, il Pd e il governo pesnavano di avere disinnescato la vicenda Consip, il calcolo rischia di rivelarsi clamorosamente errato. La decadenza del board, infatti, non ha cambiato di una virgola la posizione dell’amministratore delegato Luigi Marroni, che non si dimetterà (“Se vogliono mi caccino loro”) e tiene botta sulla sua versione dei fatti, che crea imbarazzi a Tiziano Renzi e soprattutto al ministro Luca Lotti.

Il Pd, dopo l’iniziativa parlamentare dell’opposizione, ha deciso di presentare una sua mozione per impegnare il governo a “procedere in tempi celeri al rinnovo dei vertici di Consip”. La seduta, convocata per martedì, si annuncia però ad alta tensione. Perché i numeri sono in bilico. E dalla maggioranza già si sfila Mdp: non voteranno la mozione Dem, annunciano i bersaniani, perché “se la prende solo con l’ad Luigi Marroni” e tiene fuori invece il ministro Lotti. L’accusa al Pd è di aver deciso la contromossa solo per il timore che potesse passare la mozione di opposizione. E i Cinque stelle e Sinistra italiana accusano i Dem di “ipocrisia”: scaricano Marroni per salvare Lotti, è la tesi. La posizione dei due è “indissolubilmente legata”, concorda da Mdp anche Miguel Gotor.

Ad ingarbugliare ulteriormente la matassa la notizia che lo stesso presidente dimissionario, Luigi Ferrara, è indagato per ‘false informazioni ai pm’. Mentre Marroni ha tenuto duro sulla propria linea, ribadendo che Ferrara aveva raccontato di aver sapute dell’inchiesta su Consip dal generale dei carabinieri Tullio Del Sette e ribadendo ai magistrati della fuga di notizie che ha portato all’iscrizione nel regiastro degli indagati del ministro Lotti, di Del Sette e del capo dell’Arma in Toscana Emanuele Saltalamacchia (mentre Tiziano Renzi è indagato per traffico d’influenze e il carabiniere che aveva trascritto le intercettazioni, Gianpaolo Scafarto, per falso).

In ogni caso per la politica saranno ore agitate, poiché Marroni – che resta il teste chiave dell’inchiesta che ruota intorno a un’appalto da 2,7 miliardi – ha fatto sapere che avrà molte cose da dire. “Visto che mi cacciano – la frase registrata da Il Messaggero – potrò togliermi qualche sassolino dalle scarpe”. E in settimana busserà alla porta di Raffaele Cantone, capo dell’Anticorruzione, al quale racconterà la sua versione su appalti e relative pressioni.

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