Banche, la sicurezza costa. Fino a 400 miliardi di prestiti in meno

Ridurre i finanziamenti alle famiglie e alle imprese o aumentare i tassi. Due scenari inquietanti dettati dalle nuove regole "anti-crack" di Basilea 3

Basilea 3? Sì, ne ho sentito parlare ma non mi interessa, è una faccenda che riguarda le banche e le loro regole di funzionamento. Se questa, grosso modo, è la vostra risposta, rispondete anche a quest’altra domanda: se qualcosa comporta maggiori costi per le banche, che possibilità c’è che questi costi non vengano in qualche modo trasferiti sui clienti? Vista così la cosa cambia decisamente. Tutti abbiamo un conto corrente e molti chiedono mutui e prestiti in banca. Se la prospettiva – del tutto probabile – è un aumento dei costi e una diminuzione delle possibilità di finanziamento per ogni famiglia, forse vale la pena di capirci di più.

L’allarme arriva da uno studio realizzato dal Club Ambrosetti riportato dal Sole 24 Ore: le regole imposte alle banche dall’accordo di Basilea 3 per garantire la loro solidità finanziaria dopo gli sconquassi della crisi degli ultimi anni rischiano di ritorcersi contro i risparmiatori. Nell’ipotesi peggiore, gli economisti stimano una colossale contrazione del credito (il cosiddetto credit crunch): ben 436 miliardi di euro in meno per prestiti e mutui alle famiglie e alle imprese. In alternativa (o in aggiunta?) un aumento dei tassi d’interesse sui mutui dell’1,4%.

Cos’è Basilea 3?

Si tratta di un accordo all’interno del comitato di Basilea sulla vigilanza bancaria che prevede un aumento del rapporto tra il capitale di una banca e le sue attività di rischio (prestiti erogati e titoli posseduti). Il rischio è “ponderato” cioè ciascuna attività viene moltiplicata per un “peso” tanto più alto quanto maggiore è la sua rischiosità. Il capitale è una garanzia di stabilità, perché assorbe le eventuali perdite (dovute ad esempio al fatto che un debitore non restituisca i soldi che la banca gli ha prestato): maggiore è il capitale, minore è la probabilità che una banca fallisca.

La misura più importante di Basilea 3 richiede che il capitale ordinario (azioni emesse e utili accantonati) debba essere pari ad almeno il 7% degli impieghi (l’attività di rischio), rispetto al 2% attuale. Se una banca non rispetta questa soglia minima subisce restrizioni nella distribuzione di dividendi agli azionisti e di bonus ai manager, cioè perde valore sul mercato.

Ridurre i prestiti o aumentare i tassi

Quindi le banche si trovano davanti a due alternative:

1) aumentare il capitale per mantenere invariate le attività rischiose, oppure
2) non ricapitalizzare e quindi ridurre le attività finanziarie per rispettare la soglia del 7%.

L’ipotesi 1 per le banche italiane non è facilmente percorribile: è dura raccogliere denaro sul mercato se in cambio si possono offrire remunerazioni scarse, talvolta inferiori ai titoli di Stato. Per rendersi appetibili le banche devono aumentare i rendimenti, cioè la loro redditività: questo significa tagliare i costi e aumentare i prezzi per la clientela. “Collocare i 40 miliardi necessari – spiega Paolo Savona del Club Ambrosetti al Sole 24 Ore – potrebbe comportare un incremento dei tassi sul credito dall’attuale 4,2% al 5,6%“.

Quello dell’ipotesi 2 resta lo scenario più probabile. Se le banche non riescono a raccogliere i 40 miliardi ritenuti necessari per mantenere l’attuale livello di attività di rischio, saranno costrette a ridurre le erogazioni. Si stima fino a 436 miliardi di euro, cioè del 24% rispetto al 2009. Si perderà un quarto del flusso di denaro verso le imprese e la famiglie. Che cosa questo possa significare per la nostra già fragile economia è facilmente intuibile. (A.D.M.)

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