Banche salvate, pagano tutti i correntisti. Ecco come

Le banche italiane stanno scaricando sui correntisti il peso degli istituti in crisi salvati

Le banche stanno scaricando sui correntisti il peso degli istituti in crisi salvati. La messa in sicurezza di Etruria, Ferrara Marche e Chieti è costata 3,6 miliardi, più o meno la stessa somma che è stata messa nel Fondo Atlante, il fondo che ha ricapitalizzato le dissestate Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma le cui partecipazioni nei bilanci bancari “ora devono essere svalutate perché le due banche venete continuano a perdere”, si legge sul Fatto Quotidiano. Lo Stato sta tenendo fede alla promessa di salvare le banche in affanno “senza soldi pubblici”, non aveva spiegato però che a pagare sarebbero stati i cittadini.

Ne avevamo già parlato su queste stesse pagine a settembre 2016, quando fu evidenziato il rischio che l’alimentazione del fondo salva banche avrebbe potuto ripercuotersi sui correntisti di tutti gli istituti. Ora è evidente che gli stessi, gravati dal fardello, si rifanno con i soldi dei clienti bancari che via via lo stanno scoprendo.

L’ultimo istituto ad aver messo la gabella salva-banche, in ordine di tempo, è stato il gruppo Popolare di Bari. Con una lettera inviata ai clienti della controllata Tercas a fine dicembre, si avvisa che dal primo aprile (anche la data non è delle più azzeccate) le “spese per conteggio interessi e competenze”, avranno un aumento di 6 euro a trimestre. Sono 24 euro l’anno di aumento, motivati dalla banca proprio con il contributo al Fondo di risoluzione unico per le crisi bancarie.

Le norme europee entrate in vigore il 1° gennaio 2016, quelle relative al ‘bail-in’, impongono che la crisi di una banca sia risolta prima di tutto con risorse della stessa banca e dei suoi clienti, sacrificando azionisti, obbligazionisti (a partire dalle obbligazioni subordinate) ed eventualmente i correntisti con depositi oltre i 100 mila euro. Al sacrificio di azionisti e risparmiatori si deve aggiungere però il soccorso del sistema bancario, che contribuisce al Fondo nazionale di risoluzione, che dovrebbe raggiungere in otto anni un attivo di 5,7 miliardi e a cui devono contribuire tutte le banche non in crisi. Dovrebbe quindi essere finanziato con i loro utili e riserve, ma torna comodo, evidentemente, farlo pagare ai clienti.

Tre fra i principali gruppi bancari italiani, come anticipato a settembre, hanno scaricato la spesa sui clienti già a partire dall’anno scorso. Ubi banca ha previsto a fine 2016 un aumento di 12 euro annui nei conti correnti; i correntisti del Banco Popolare, hanno invece pagato una tantum, di 25 euro; il contributo graverà nella voce: “Spese fisse di liquidazione”. Unicredit, si era già portata avanti a luglio, rincarando i costi di alcuni conti a di 10-12 euro. Tutte hanno motivato l’aggravio citando interventi legislativi che costituiscono “giustificato motivo per un aumento”. Senza “giustificato motivo” le norme bancarie vietano le modifiche unilaterali dei contratti. Ma visto che le banche di cui si parla sono tutte in attivo, che il prelievo sia giustificato è alquanto dubbio. Soprattutto considerando che i costi per i correntisti italiani sono già i più alti d’Europa: in media 253 euro l’anno, oltre il doppio rispetto alla media Ue di 112.

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