Addio pillola gratuita: la contraccezione ora non è più rimborsabile

Da luglio il Ssn non rimborsa più la pillola. Una decisione che rischia di danneggiare la fascia più debole della popolazione

Lo Stato non paga più la contraccezione. Da due mesi le ultime pillole anticoncezionali che si trovavano in fascia A – e quindi a carico del Servizio Sanitario nazionale – sono state riclassificate in fascia C e quindi a carico del cittadino. Col risultato che oggi le donne che vogliono fare uso di un contraccettivo orale, o di qualunque altra forma di contraccettivo, devono pagarlo di tasca propria.

E’ la denuncia lanciata da Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto). “Non ci sono state grandi reazioni, in particolare tra le donne, ho pensato a cosa sarebbe successo in un altro paese europeo come la Francia – spiega Anna Pompili di Amica – Le donne italiane sono assuefatte all’idea che la contraccezione sia un fatto privato, che non riguarda lo Stato o la comunità nella quale vivono”.

L’ELENCO DELLE PILLOLE NON PIU’ GRATIS – Sulla Gazzetta Ufficiale del 27 luglio scorso è stato pubblicato l’elenco delle pillole passate in fascia C: Triminulet, Planum, Ginodem, Milvane, Etinilestradiolo e Gestodene Mylan Generics, Practil, Kipling, Gestodiol, Antela, Desogestrel Etinilestradiolo Aurobindo, Estmar, Minulet, Brilleve.

Quelle appena escluse dalla fascia A sono pillole poco costose – i prezzi variano intorno a 3/5 euro a confezione – che, però rappresentano una preziosa opportunità per le fasce sociali più deboli, quelle che godono anche dell’esenzione dal ticket: “Stiamo parlando di persone per cui tre euro sono un chilo di pane”, ricordano le ginecologhe di No grazie pago io “allo stato l’unica ‘pratica anticoncezionale’ rimborsata dal servizio sanitario nazionale è l’aborto”. Mentre secondo il presidente della Società Medica Italiana per la contraccezione Emilio Arisi, “questi contraccettivi sono poco recenti e poco usati, probabilmente da non più del 5% dell’utenza”.

RAZIONALIZZARE I COSTI – Per giustificare questa scelta, l’Agenzia italiana del Farmaco AIFA ha spiegato che si trattava di ”sanare una precedente disomogeneità in merito al regime di rimborsabilità tra i nuovi estroprogestinici in classe C e i vecchi farmaci”, finiti in classe A in seguito alla cancellazione nel 2001 della classe B che comprendeva farmaci parzialmente rimborsabili. In pratica, non una decisione assunta in base a motivazioni scientifiche o politiche, ma una scelta tecnica di razionalizzazione del settore, realizzata nell’ambito di una periodica manovra di contenimento della spesa.

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