Vietato mortificare il dipendente e spiarlo sul web. La Cassazione entra in ufficio

La Suprema corte torna in campo a difesa dei lavoratori. Due sentenze per impedire il controllo di Internet e gli atti di "mortificazione professionale"

Ora potete navigare su Internet durante l’orario di lavoro purché lo facciate in maniera “oculata“. E se l’azienda vi “demansiona” mettendovi a fare qualcosa di poco qualificato per la vostra posizione potete chiedere un buon risarcimento. Lo stabilisce la Corte di Cassazione con due recenti sentenze che dicono la parola definitiva su altrettanti aspetti critici del mondo del lavoro: il controllo del web e il mobbing.

Niente spie in azienda
La prima sentenza  (n. 4375/10) tocca un aspetto “sensibile” della vita d’ufficio, l’uso di Internet durante le ore di lavoro a scopi personali. La suprema corte ha bocciato definitivamente il licenziamento di una dipendente di un’impresa farmaceutica che aveva usato la rete “per ragioni non di servizio in contrasto con il regolamento aziendale”, secondo la tesi dell’azienda, avendo messo in atto un controllo telematico degli accessi.

La lavoratrice era stata licenziata e poi reintegrata al lavoro dal giudice di primo grado che aveva ritenuto la sanzione del licenziamento sproporzionata rispetto alla condotta illecita. L’azienda è ricorsa in appello e poi in Cassazione dove ha ricevuto lo stop definitivo. Il  licenziamento è illegittimo perché “era emerso che la durata dei collegamenti, salvo uno, era stata di pochi minuti e che l’accesso a Internet era avvenuto non di rado in pausa pranzo“. Il periodo di controllo, inoltre, era stato solo di otto giornate. Davvero troppo poco per dimostrare l’esistenza di una condotta illecita che crei danni all’azienda.

Ma la Cassazione afferma anche un altro principio generale: sono illegali “i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore quali ad esempio i sistemi di controllo dell’accesso ad aule riservate o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate” se tali controlli non riguardano solo l’attività lavorativa.

La mortificazione al lavoro va risarcita adeguatamente
La seconda sentenza (n. 4063/10) è addirittura delle Sezione Unite della Cassazione, come dire la “formazione al completo”. Riguarda il cosiddetto demansionamento del lavoratore e la frustrazione professionale. Un comportamento aziendale che crea danni al dipendente e richiede un congruo risarcimento.

La sentenza nasce dalla vicenda di un dirigente del pubblico impiego che era stato assegnato a mansioni di minor livello fino a giungere nell’arco di pochi mesi a una condizione di quasi “quasi totale inattività e al disimpegno di compiti mortificanti”. Una condizione che gli aveva addirittura creato problemi di salute e lo aveva indotto al pensionamento.

Il tribunale cui aveva fatto ricorso aveva riconosciuto il danno e imposto un risarcimento complessivo di circa 19.000 euro. Risarcimento però drasticamente ridotto a 4.000 euro dalla Corte d’appello. Una cifra che secondo la Cassazione non è adeguata perché la privazione di mansioni per “caratteristiche, durata, gravità e frustrazione professionale” ha rappresentato una “vissuta e credibile mortificazione“. (A.D.M.)

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