Smartworking, in l’Italia non decolla: è ultima in Europa

Nella Ue media del 17%. Vantaggio flessibilità, ma il rischio è una pericolosa sovrapposizione tra vita lavorativa e privata

(Teleborsa) I tempi cambiano. E cambia anche il modo di lavorare. Prima dell’avvento della tecnologia lo schema era più o meno il seguente, in ogni parte del mondo: sveglia, colazione, minuti contati. Poi via, direzione ufficio. Ancora però non avevamo fatto i conti con tablet, smartphone e reti veloci che hanno aperto e diffuso sempre di più le opportunità di lavoro da casa. In sintesi, lavorare ovunque, a qualunque ora. 

Al cosiddetto lavoro “agile” è dedicato uno studio di Eurofound e dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. La ricerca è stata effettuata in 15 paesi: 10 Stati membri dell’Unione Europea (Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria) più Argentina, India, Stati Uniti dove, ad esempio, è stato accertato che il 78% delle ore di lavoro in più tra il 2007 e il 2014 sono da attribuire al lavoro da svolto da casa, Giappone dove viene incoraggiato per ridurre gli spazi negli uffici e Brasile per risparmiare ai lavoratori tempi di spostamento  altrimenti lunghissimi che in tante città brasiliane, come ad esempio San Paolo,  possono arrivare anche a un’ora e mezzo.

La filosofia del cosiddetto lavoro a distanza sembrerebbe essere vincente per quanti hanno la necessità di conciliare famiglia e occupazione. Eppure, sono ancora troppo poche le società che in Italia scelgono questa soluzione.

In Ue, l’Italia, infatti, è il fanalino di coda sia nel telelavoro, sia nello smart working. Nel bel Paese, il lavoro a distanza riguarda in modo stabile appena il 2% dei lavoratori dipendenti, una soglia bassissima.

Italia, dunque, maglia nera ma anche la media europea non è da stappare lo champagne. I dati parlano di un 17% di lavoratori a distanza però per il 10% si tratta di un’attività occasionale, che si alterna a quella tradizionale in ufficio. Solo il 3% lavora da casa, per il resto si tratta di smart-working su base regolare.

FATTORE TEMPO, EFFETTO BOOMERANG? – Ricapitolando: smartworking per poter usufruire di una maggiore autonomia nel definire l’orario di lavoro e una maggiore flessibilità in termini di organizzazione della giornata lavorativa.  Ma c’è un rischio piuttosto alto: molto spesso, infatti, si verifica in realtà una sovrapposizione tra la vita lavorativa e quella privata. Risultato? Anzichè semplificarvi la vita, aumenterà il vostro livello di stress.
Non sempre: in Francia, ad esempio, l’84% dei telelavoratori ha dichiarato di avere maggiore libertà nella gestione del proprio orario di lavoro e l’88% nota un miglioramento nel bilanciamento tra vita privata e professionale.

In Italia, potrebbe essere la Pubblica Amministrazione a fare da volano con la Riforma Madia pronta a lanciare lo smartworking. Sul piatto, infatti, tante misure pro famiglia: dal telelavoro ad altre formule flessibili per venire incontro a mamme e papà con l’obiettivo di conciliare i tempi di vita e lavoro.

Smartworking, in l’Italia non decolla: è ultima in Europa
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