Smart working, come siamo messi in Italia? Male. Anzi, malissimo

L’ultima ricerca dell’Osservatorio 'Smart working' del politecnico di Milano

Di Smart Working avevamo già parlato in passato, sottolineando il ritardo cronico dell’italia rispetto ad altri paesi. Allora uno studio di Eurofound e dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro poneva l’Italia come fanalino di coda sia nel telelavoro, sia nello smart working, all’interno dell’area Ue.

Oggi la situazione non è granchè cambiata. I lavoratori che godono di discrezionalità nella definizione delle modalità di impiego in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati, sono 250mila, ha conteggiato l’ultima ricerca dell’Osservatorio ‘Smart working’ del politecnico di Milano, vale a dire circa il 7% del totale di impiegati, quadri, dirigenti. In crescita del 40% rispetto al 2013, ma sempre in fondo alla classifica rispetto ai maggiori paesi europei.

Ad essere interessate allo “smart” sono essenzialmente le grandi aziende (il 30% ha realizzato nel 2016 progetti ad hoc); ancora indietro, invece, le Pmi, tra cui la diffusione di esperienze di “lavoro agile” è ferma al 5 per cento (con un 13% che opera in “smart” senza piani strutturati).

L’identikit del lavoratore “smart” tipo è uomo (nel 69% dei casi), ha un’età media di 41 anni, e risiede al Nord (52% del campione – 38% Centro, 10% Sud); ma è chiaro che su questi numeri incideranno, ora, le nuove regole varate dal Parlamento tra i cui obiettivi, ha sottolineato Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro alla Bocconi di Milano, e ora presidente di Anpal , “c’è quello di aiutare soprattutto le donne, le quali, anche per mancanza di adeguati servizi di welfare pubblico, rinunciano al lavoro più che in altri paesi europei, pur di non allontanarsi fisicamente da casa e famiglia”.

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