Rischia il licenziamento chi usa WhatsApp sul posto di lavoro

Succede in Russia. Anche Viber e Telegram tra le applicazioni finite nella lista nera del Cremlino

Chi viene sorpreso a usare WhatsApp, Viber e Telegram sul luogo di lavoro, sarà soggetto a una vera e propria punizione che potrebbe portare al licenziamento senza alcun preavviso. Succede in Russia, dove il Cremlino ha stilato una lista nera di programmi di messaggistica e avrebbe chiesto ai servizi di sicurezza federale, secondo quanto riportato dal quotidiano Izvestia, di sviluppare un sistema apposito e specifico per punire i “colpevoli”.

L’iniziativa è stata presentata questa settimana dalla commissione dell’amministrazione presidenziale preposta a monitorare internet e l’FSB si è impegnato a preparare i regolamenti necessari per il divieto entro la metà del 2017.

Il provvedimento è stato preso dopo che il ministero della Difesa aveva suggerito di vietare ai funzionari statali e militari l’uso di qualsiasi applicazione estera per la corrispondenza in ambito lavorativo. Nikolay Patrushev, capo del consiglio di sicurezza interno della Russia, ha infatti messo più volte in discussione il comportamento dei funzionari militari nei confronti dell’utilizzo sconsiderato di Google, Yahoo Mail e dello stesso Whatsapp Messenger. Una misura preventiva voluta anche allo scopo di limitare potenziali episodi di divulgazione informativa che possano ledere la sicurezza nazionale.

Anche il ministro delle comunicazioni, Nikolay Nikiforov, si era detto favorevole a bandire le piattaforme mobile di messaging all’interno degli enti statali sul posto di lavoro.

Nel novembre 2015, il primo ministro Dmitry Medvedev ha firmato una legge che vieta a tutte le agenzie statali di utilizzare qualsiasi software estero, tranne i programmi, specificati in una lista, che non hanno l’analogo russo. La lista comprende i software protetti dal copyright del governo russo. Il software deve essere disponibile in tutto il Paese e la licenza per le persone e le società straniere non deve superare il 30 per cento dei proventi complessivi.

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