Pensioni e limiti al cumulo dei redditi: la guida

Previsioni normative in materia di cumulabilità tra redditi di pensione ed altri redditi

La Legge per Tutti

Un dubbio ricorrente nella platea interessata all’argomento è dato dalla cumulabilità della pensione con altri redditi. Per trattare in maniera corretta l’argomento, tuttavia, è necessario partire da una distinzione, ovvero differenziare le principali tipologie di trattamento: pensione diretta (d’anzianità o anticipata, di vecchiaia), pensione o assegno d’invalidità, d’inabilità e ai superstiti. Vediamo nel dettaglio caso per caso con la consulenza di ‘La legge per tutti’.

PENSIONI DIRETTE – Per quanto concerne le pensioni dirette, dal 2008 [1], sono stati aboliti i limiti al cumulo con i redditi da lavoro. Tale affermazione vale sia per i trattamenti liquidati con il regime retributivo e misto , sia con il sistema contributivo: in tale ultima ipotesi, però, la prestazione deve essere raggiunta con almeno 60 anni d’età per le donne e 65 anni per gli uomini, oppure con 40 anni di contribuzione, o, ancora, con quota 96 (almeno 35 anni di contributi e 61 anni di età).
Resta, allora, il dubbio riguardo all’Opzione Donna, o Opzione Contributiva, un istituto che permette, alle sole donne, di pensionarsi con soli 57 anni d’età e 35 di contributi, optando per il regime contributivo: tuttavia, non trattandosi di “contributivo puro”, da una lettura logica della normativa sembrerebbe possibile il cumulo con le altre entrate da attività lavorativa. La Legge Maroni prevede, infatti, che la pensione con Opzione Donna sia un trattamento pensionistico di anzianità, dunque cumulabile.
In ogni caso, chi richiede il trattamento di vecchiaia, anzianità o anticipato, a prescindere dal regime, deve cessare il rapporto lavorativo subordinato, per poter conseguire il diritto alla pensione. Non è necessario, invece, terminare un’eventuale attività di lavoro autonomo.

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INVALIDITA’ – L’abolizione dei limiti al cumulo non ha, invece, effetto verso i titolari di pensioni ai superstiti e d’invalidità.
Per i titolari di assegno ordinario d’invalidità, la normativa prevede una riduzione del 25% se il reddito totale supera quattro volte il trattamento minimo, e del 50% se lo supera cinque volte; una volta effettuato il taglio, qualora l’assegno resti comunque superiore al trattamento minimo, il pensionato subirà una seconda riduzione (che varierà a seconda della tipologia di entrate addizionate, se da lavoro dipendente o autonomo), a meno che non possieda almeno 40 anni di contributi: in questo caso, difatti, cade il limite di cumulabilità con i redditi da lavoro , a qualunque categoria appartengano.

È importante ricordare, peraltro, che, quando l’assegno d’invalidità è trasformato in pensione di vecchiaia, diviene pienamente cumulabile con tali redditi. (Continua sotto)

Per quanto riguarda la pensione d’invalidità, se le entrate sono superiori al trattamento minimo, e gli anni di contribuzione sono meno di 40, deve essere effettuata una trattenuta: sarà pari al 50% della quota eccedente il trattamento minimo, se le somme cumulate provengono da lavoro dipendente, pari al 30%, invece, se da lavoro autonomo. Se il reddito da lavoro (dipendente o autonomo) è superiore al triplo dell’ammontare del trattamento minimo, la pensione d’invalidità viene sospesa. Qualora invece siano presenti almeno 40 anni di contribuzione, la pensione di invalidità è interamente cumulabile con entrambi i redditi.

Ovviamente, in parallelo a quanto poc’anzi esposto, la piena cumulabilità è sempre prevista in caso di trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia.

INABILITA’ – Per quanto concerne, invece, la pensione d’inabilità, essa è incompatibile con ogni tipologia di attività lavorativa , dipendente o autonoma, anche se svolta all’estero; l’incompatibilità si manifesta anche per la sola iscrizione negli elenchi degli operai agricoli, o in ordini/albi professionali, oppure, ancora, per la presenza di un qualsiasi trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione.
Quando si verifica una delle predette ipotesi, il pensionato è tenuto a comunicarla immediatamente all’Inps, che procederà alla revoca della pensione di inabilità; tuttavia, se ne ricorrono le condizioni, potrà essere erogato comunque un assegno ordinario di invalidità.

REVERSIBILITA’ – Per quanto riguarda, infine, le pensioni di reversibilità, il beneficiario, parallelamente alle ipotesi già esposte, qualora il reddito superi tre volte il trattamento minimo, si vedrà ridurre l’assegno tra il 25% e il 50% di quanto ha diritto.
Le decurtazioni non sono applicate nella casistica in cui vi siano figli minori di età o studenti o inabili. Nessun taglio nemmeno per i "vecchi pensionati", cioè i titolari di reversibilità con decorrenza precedente al primo settembre 1995: per questi soggetti sono comunque "cristallizzate" le rate in pagamento, ovvero non saranno effettuati aumenti fino a quando non sarà riassorbita l’eccedenza.

Noemi Secci

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