Jobs act, altro referendum contro Renzi in vista. Il PD corre ai ripari

A rischio un altro dei pilastri dei mille giorni di governo di Renzi

A dare il fuoco alle polveri è stato l’improvvido (ma in ambienti parlamentari si sussurra fosse tutto concordato con Renzi) intervento del ministro del lavoro (riconfermato) Giuliano Poletti, che ha sottolineato come occorra andare a votare presto anche e soprattutto per disinnescare il referendum promosso dalla CGIL contro il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro che rappresenta il fiore all’occhiello dei mille giorni del governo Renzi e che, stando alle analisi elettorali, può essere stato decisivo nello spingere i più giovani a votare No al referendum del 4 dicembre.

Il Jobs Act, che il governo si vanta abbia creato posti di lavoro, ma che abolendo l’articolo 18 e aumentando la flessibilità in uscita e non soltanto in entrata ha anche favorito i licenziamenti, rischia di venire addirittura abrogato. I quesiti referendari proposti dalle firme sindacali della Cgil saranno sottoposte al giudizio della Consulta il prossimo 11 gennaio.

”Se si vota prima del referendum il problema non si pone- spiega Poletti – se si va al voto in primavera si evita il rischio referendum sul lavoro”. Pronta la replica del numero uno della CGIL Susanna Camusso che ha affermato: ”Rinviare il referendum significa non avere il coraggio di affrontare i problemi. Se la politica discute solo di calendario, mi pare che venga meno al suo ruolo”.

Se il referendum abrogativo sarà indetto, si rischia un nuovo effetto destabilizzante ai livelli di quello del referendum costituzionale. In particolare a voler evitare a tutti i costi che si voti sulla riforma del lavoro è l’ex premier Renzi. A tal punto che il PD sembra stia valutando l’ipotesi di ripristinare l’articolo 18, proprio per scongiurare l’appello alle urne. Per disinnescare la bomba o si va al voto prima dell’estate 2017 oppure si sconfessa il Jobs Act. Quest’ultima sarebbe una sconfitta per Renzi, mentre il primo è uno scenario che piace all’ex presidente del Consiglio e segretario del PD.

Ma secondo Maurizio Landini, segretario FIOM/CGIL, non basta: “Qui non c’è da aggiustare nulla – sostiene – I voucher vanno tolti. E si deve tornare allo Statuto dei lavoratori del 1970, allargandone le tutele”. Molto presto, tra l’altro, il leader Fiom entrerà nella segreteria della Confederazione. E alzerà ancora di più il tiro. “E d’altra parte non è un caso che in 100 anni di storia la Cgil abbia raccolto soltanto una volta le firme per un referendum abrogativo: contro questa riforma”».

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