Italia: 3 milioni senza lavoro, 3 milioni ne hanno due o più

Lo studio: 2,5 milioni di “doppiolavoristi” regolari e 500mila in nero

Nel Paese con oltre tre milioni di disoccupati e con una percentuale di giovani senza lavoro che tocca quota 40 per cento, c’è anche chi di lavori ne ha due o più. È l’esercito dei cosiddetti “doppiolavoristi”, persone che accanto alla propria attività principale ne svolgono una secondaria, regolarmente oppure in nero.

Ne parla un recentissimo studio (“Introduzione alla sociologia del mercato del lavoro”, ed. Il Mulino) appena pubblicato da Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’università Bicocca di Milano, che individua circa tre milioni di italiani così suddivisi: 2,5 milioni di “doppiolavoristi” regolari e 500mila in nero.

Da chi è composto l’esercito degli stakanovisti nostrani? Uomini, (il secondo lavoro – non retribuito – le donne lo fanno in casa), quarantenni, capifamiglia con impiego principale da dipendenti, ugualmente distribuiti fra nord, centro e sud del Belpaese. La domanda di doppio lavoro proviene da piccole e piccolissime imprese, ma soprattutto dalle famiglie. Il settore più gettonato per la seconda attività resta quello dei servizi (in particolare alberghi, trasporti e servizi domestici).

A praticare il secondo lavoro sono soprattutto lavoratori dipendenti, in quota maggioritaria lavoratori dipendenti pubblici. E’ legale e consentito se quel ramo della Pubblica Amministrazione ne viene preventivamente informata e dà il nulla osta. Ed è legale e consentita la seconda attività se il datore di lavoro privato non riscontra danno all’azienda o favori alla concorrenza.

Ma in soldoni, chi fa il doppio lavoro toglie opportunità ai giovani? “No – conclude netto Reyneri – perché la seconda attività lavorativa è in genere quello che io chiamo uno “spezzone” di lavoro: saltuario, rischioso, che richiede particolari competenze. Spesso è legato alla professionalità del soggetto che lo esercita, alla sua rete di rapporti. E poi ci sono attività che possono essere svolte solo come secondarie: consulenze, traduzioni di lingue poco conosciute in Italia, ripetizioni, attività nel campo dello spettacolo o del tempo libero. Lavori “spezzati” appunto, difficili da trasformare in un impiego remunerativo a tempo pieno. Ecco perché credo che non tolgano opportunità ai disoccupati”.

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