Gli ‘Yes men’ affondano le aziende: ecco perché

Il corto circuito per compiacere i 'piani alti'

Non c’è solo la crisi a mandare a gambe all’aria aziende più o meno solide; spesso e volentieri sono anzi le dinamiche interne alle aziende stesse, dove le gerarchie ed i timori reverenziali hanno spesso la meglio sulla logica.

Ce lo insegna una storia tutta giapponese analizzata da Il Sole 24 Ore, dove un big player del settore manifatturiero come Toshiba ha rischiato il collasso trovandosi poi a dover varare una pesantissima ristrutturazione in seguito alla scoperta di bilanci “abbelliti” per anni. La casa automobilistica Mitsubishi Motors è andata in crisi per la vicenda dei test truccati sui consumi, salvata poi da Nissan.

In entrambi i casi – si legge – è emerso che la radice del problema sta nei rapporti perversi tra top management, dirigenti di medio livello e tecnici, laddove il top management stabilisce obiettivi irrealistici, la fascia media non osa sollevare obiezioni e, nell’ansia di non deludere i piani alti, preme sui tecnici (contabili in un caso, operativi nell’altro) perchè accettino di dichiarare il falso garantendo loro una copertura interna. Non “poter dire di no” sconfina nel non “dover dire di no” e poi nel non “voler dire di no”, con tragici risultati. Una volta iniziata la discesa su chine simili, le manipolazioni continuano negli anni fino a scoppiare con fragore.

L’analisi del Sole si sofferma poi sulla cultura giapponese e le sue sfaccettature riguardo l’onore e il “perdere la faccia”, spesso causa di suicidio, ricordando l’aneddoto storico della Marina militare nipponica che tacque per molti mesi all’Esercito e allo stesso primo ministro la gravissima sconfitta di Midway proprio per non perdere la faccia. Tuttavia alcuni recenti casi (dalle banche e assicurazioni americane al caso Wolkswagen) dimostrano che le dinamiche in oggetto possono essere fatali anche al di fuori della contrastata cultura Giapponese.

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