Call center, le aziende si spostano all’estero. Allarme posti di lavoro

Lo dice la Cgil: nel 2011 circa 4000 operatori resteranno a casa. Colpa della delocalizzazione

L’allarme arriva dal sindacato Slc-Cgil: molti call center si stanno trasferendo all’estero. Già ora sono 2700 i lavoratori che lavorano per aziende italiane e si trovano nell’Est europeo, ma pure in Tunisia e Sud America. Ed entro il 2011 saranno quasi 4000 lavoratori. Il motivo del trasloco oltre frontiera è semplice: “Il costo complessivo orario lordo per un lavoratore italiano è di 17 euro. Per un albanese o un romeno varia dai 3 ai 4 euro e mezzo”, dice Alessandro Genovesi, segretario nazionale Slc-Cgil.

Secondo il sindacato la scelta delle aziende comporta diversi rischi. Viene tolto lavoro ai cittadini italiani con soluzioni che alla fine non sono convenienti. Perché l’assistenza fornita ai clienti – a causa delle difficoltà della lingua – è spesso inefficiente. L’altro problema è legato alla tutela della privacy, non sempre adeguatamente tutelata dalla legislazione degli altri Paesi. Infatti il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’indagine.
L’Slc-Cgil chiede al governo di fissare una moratoria per le delocalizzazioni, proponendo di investire sulla professionalità dei lavoratori italiani.

Le aziende accusate di pigiare sull’acceleratore della delocalizzazione sono quelle delle telecomunicazioni, oltre Enel, Alitalia e Sky. Ruolo di “delocalizzatrici” che non accettano. L’unica ammissione arriva da H3G che spiega di usare in outsourcing circa 220 operatori di call center assunti a tempo indeterminato in Sud America, Tunisia e Romania nei casi in cui diventa troppo oneroso utilizzare personale italiano.
La altre aziende, invece, sostengono di usare personale straniero solo per i mercati locali, mentre peri i clienti italiani il ricorso a sedi all’estero viene fatto solo in via residuale e per lo più in outsourcing.

Call center, le aziende si spostano all’estero. Allarme posti di lavoro
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