Bluff lavoro: basta un’ora la settimana per risultare fra gli occupati

Il boom dei voucher finisce per 'drogare' i numeri sull'occupazione

Se i numeri sull’occupazione forniti da Inps e Istat hanno sollevato reazioni opposte sul funzionamento o meno del Jobs act, quelli sull’utilizzo dei voucher pubblicati dallo stesso istituto di previdenza hanno un dato oggettivo: l’aumento dell’utilizzo di questo strumento di ben il 36% nei primi sette mesi del 2016. Su queste pagine avevamo già parlato di un vero e proprio boom dei voucher, ora vediamo comer finiscano per ‘drogare’ i dati sull’occupazione che alimentano il dibattito politico.

NUMERI – Tra gennaio e luglio di quest’anno, stando all’ultimo Osservatorio sul precariato dell’Inps, ne sono stati venduti 84,3 milioni, con un incremento del 36,2% sullo stesso periodo del 2015, che già aveva fatto registrare un clamoroso +73% rispetto allo stesso periodo del 2014.

COME FUNZIONANO – Il D.Lgs. n. 276/2003, in attuazione della L. n. 30/2003, cd. Legge Biagi, introdusse nel nostro ordinamento la fattispecie del lavoro accessorio, meglio conosciuto come lavoro “a voucher”, caratterizzato – secondo la definizione fornita dallo stesso Decreto – da “attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne”. In un primo momento la legge prevedeva precisi limiti di utilizzo del lavoro accessorio, sia di carattere oggettivo che di carattere soggettivo.

Per incentivare il ricorso a tale fattispecie, la L. n. 92/2012, cd. Riforma Fornero, modificò l’originario impianto normativo, eliminando le limitazioni di carattere oggettivo e soggettivo sopra menzionate, lasciando in vigore il solo limite economico riferito al totale dei compensi percepibili dal lavoratore.
Da ultimo, il D.Lgs. n. 81/2015 – rientrante nel più ampio progetto di riforma del mercato del lavoro ribattezzato dall’Esecutivo stesso come Jobs Act – è ulteriormente intervenuto in materia abrogando il D.Lgs. n. 276/2003 e riscrivendo – al capo VI, artt. da 48 a 50 – la disciplina del lavoro accessorio.

Allo stato attuale, pertanto, è possibile utilizzare i voucher (anche detti “buoni lavoro”) per remunerare lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa svolta da qualsiasi soggetto. Non solo: chi viene pagato con i buoni – la “nuova frontiera del precariato” secondo il presidente Inps Tito Boeri – viene infatti contato dall’istituto di statistica tra gli occupati. Che comprendono il lavoro occasionale e accessorio così come quello part time, anch’esso in aumento. In generale, per convenzione standardizzata dall’Organizzazione internazionale del lavoro e adottata dagli istituti statistici di tutti i paesi del mondo, sono considerate occupate le persone che, durante le interviste dei ricercatori Istat, rispondono di aver “svolto almeno un’ora di lavoro retribuita” nella settimana a cui si riferisce l’indagine.

I sindacati hanno già denunciato in diverse occasioni come molti datori di lavoro attivino il buono solo quando scattano i controlli, in modo che il lavoratore risulti in regola. Così, invece di far emergere il lavoro nero, i voucher finiscono per mascherarlo. Guasti a cui dovrebbe rimediare un decreto correttivo varato in via preliminare il 10 giugno e di cui è ancora attesa l’approvazione definitiva. Il testo uscito dal consiglio dei ministri di giugno impone la tracciabilità: il committente dovrà comunicare preventivamente il nominativo e il codice fiscale del lavoratore, la data e il luogo in cui svolgerà la prestazione lavorativa e la sua durata. Una soluzione che Cgil, Cisl e Uil ritengono comunque insufficiente: le sigle confederali chiedono che interi settori, a partire dall’edilizia, siano esclusi dalla possibilità di pagare con voucher, e che sia fissato un tetto massimo di ore che ogni azienda non può superare nella retribuzione con buoni lavoro.

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