Occhi puntati sulla Federal Reserve: in gioco c’è la sua credibilità

(Teleborsa) – Quando gli investitori e gli economisti discutono le azioni delle banche centrali, usano spesso i mandati formali degli istituti centrali (ovvero focus sull’inflazione o inflazione e crescita) come punto d’ancoraggio. Ciò può essere fuorviante, come potrebbero dimostrare le riunioni di questa settimana della Bank of Japan (BoJ) e della Federal Reserve americana (Fed). Anche altre due prospettive appaiono rilevanti: la prima è il concetto di istituto centrale come bene pubblico e istituzione indipendente. La seconda attiene a prerogative culturali nazionali. Questo il pensiero di Michael O’Sullivan, Chief Investment Officer – International Wealth Management di Credit Suisse.

Sulla prima, è opinione sempre più diffusa nel mercato che alcune banche centrali abbiano perso la propria indipendenza: ad esempio, nel Regno Unito, il governatore della Bank of England Mark Carney è stato esplicitamente criticato perché avrebbe allineato l’istituto con il governo. In questo contesto e alla luce del carattere indeciso (o come direbbe la banca stessa «dipendente dai dati») della Fed della Yellen, il Comitato federale del mercato aperto potrebbe avere la sensazione di essere nelle mani dei mercati mentre in realtà dovrebbe essere il contrario. Dunque, mentre è opinione generale tra gli economisti che la Fed non alzerà i tassi questa settimana, O’Sullivan ritiene che la sua credibilità sia a rischio e che un rialzo «a sorpresa» per la Fed potrebbe rappresentare un modo per riaffermare la propria autorità. “Se lo farà, cogliendo tutti di sorpresa, mi aspetterei un ulteriore sell-off, ma forse potremmo riscontrare presto un senso di sollievo sui mercati «per essersi liberati dal pensiero di un rialzo»”.

La seconda questione è che mentre l’orientamento generalmente anglosassone dei mercati finanziari impone che tutti i paesi debbano essere favorevoli alle riforme e alla crescita, la realtà è che ci sono forti prerogative culturali in molti paesi, e a buona ragione. Rispetto a Stati Uniti e Gran Bretagna, la società giapponese è complessa ed evidenzia un’enfasi molto forte su coesione e collettività. Nell’interpretare l’operato della BoJ, non dovremmo aspettarci che agisca in tutto e per tutto come una banca centrale occidentale. Sebbene i dato macro giapponesi appaiano eterogenei, il livello di disoccupazione è molto basso (al 3,2%). Ciò può contribuire a convincere la BoJ che ulteriori innovazioni non siano necessarie sul piano monetario, pur prestando attenzione a eventuali piccoli cambiamenti negli acquisti di obbligazioni per favorire un irripidimento della curva dei rendimenti (siamo sottopesati in titoli di stato giapponesi). Si noti anche che la BoJ renderà nota una valutazione del suo programma di allentamento quantitativo in termini di costi e benefici ad esso associati. Attenzione anche ai pareri dell’istituto sull’efficacia dei tassi negativi.

Dunque, la prospettiva delle riunioni di due tra le principali banche centrali ha provocato l’improvviso picco della volatilità riscontrato di recente? Secondo l’esperto di Credit Suisse, l’incombere della Yellen et al è semplicemente la scintilla che ha acceso un posizionamento molto compiacente sul mercato. I mercati si trovano ora nella fase tardiva di quel che potremmo definire un paradosso di stabilità. Le economie e i mercati possono sopportare lunghi periodi di stabilità o di «troppo bello per essere vero» ma due esiti di questa apparente stabilità sono la formazione di una leva finanziaria nel sistema e che i partecipanti al mercato sono impreparati o non più abituati all’instabilità.
Prendiamo i cicli economici, per esempio. Gli ultimi due cicli economici negli USA sono certamente stati i più lunghi mai registrati (ad eccezione della fine degli anni Sessanta), grazie a globalizzazione, tecnologia e banche centrali. Tuttavia in entrambi i casi gli squilibri sono cresciuti e hanno continuato a crescere sfociando in significativi sell-off sul mercato. In termini economici, si lavora ancora per risolvere questi squilibri. Vediamo la stessa cosa sui mercati e l’estate passata ne è un buon esempio. Con la complicità delle banche centrali, gli asset rischiosi o, di fatto, quasi tutti gli asset sono stati protagonisti di un rally mantenendo buone performance. Nel caso di questa estate, il clima di mercato relativamente calmo deve aver persuaso alcuni investitori a continuare a incrementare le posizioni e, senza dubbio, gli investitori «quant» o «ruled-based» hanno costantemente introdotto denaro nel mercato se l’attività legata a futures ed ETF rappresenta una guida.
“Il risultato di ciò è che ora potremmo trovarci di fronte a uno spiacevole capovolgimento delle posizioni. La propensione al rischio sta scendendo in territorio negativo. Con un fitto calendario in termini di eventi politici e dati macroeconomici davanti a noi, manterrei per il momento una certa cautela”, conclude Michael O’Sullivan.

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