Nuovo scontro in sede europea sulle politiche fiscali

(Teleborsa) – “In nome della credibilità congiunta, dobbiamo essere coerenti tra quello che facciamo e quello che diciamo”, dove le regole del Patto di stabilità andrebbero contro quello che la Commissione UE consiglia sulla posizione fiscale. Per questo “è importante che gli stati membri rispettino quel che è stato concordato sul raggiungimento dell’equilibrio strutturale”.

E’ quanto ha sottolineato ieri il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem in audizione davanti alla commissione affari economici dell’Europarlamento incassando una dura replica da Bruxelles e un duro attacco dal ministro italiano Carlo Calenda. 

Dijsselbloem si è detto in disaccordo con le proposte della Commissione, ovvero dare maggiore spazio di manovra alle politiche di bilancio nell’ottica di sostenere la crescita. “Non siamo ancora abbastanza stabili per lasciarci andare a questo tipo di traiettoria fiscale”.

Per il presidente dell’Eurogruppo la revisione in senso espansivo della politica di bilancio dell’Eurozona, proposta da Bruxelles, non può essere vincolante e la priorità, per i Paesi della moneta unica, dunque, resta il rispetto delle regole del Patto.

Il ministro per lo Sviluppo economico italiano, Calenda partecipando a un convegno ha espresso il suo disappunto spiegando che “Dijsselbloem sta prendendo una gigantesca cantonata, cosa che fa abbastanza regolarmente”. Secondo il titolare del dicastero “la questione non sono i vincoli di bilancio, ma che l’Europa è in mezzo a sfide difficilissime. Per questo c’è necessità di fare una grande piano di investimenti che la rendono ancora il posto della competizione e dei diritti. Serve un new deal a livello europeo”.

Dura replica da Bruxelles. L’Esecutivo comunitario, non fa altro che attuare la legislazione UE, agendo pienamente nell’ambito delle sue competenze e prendendo posizioni che sono condivise anche, tra l’altro, dal G-20 e dal FMI. “L’Esecutivo ha considerato che sarebbe necessaria, per sostenere la ripresa economica e diminuire l’output gap (la differenza fra la crescita potenziale e quella reale), una spesa pubblica aggiuntiva per investimenti pari allo 0,5% del PIL dell’intera Eurozona.

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